Durante le sue visite nelle scuole, l'artista Gordon MacKenzie faceva un semplice esperimento: chiedeva ai bambini chi si considerasse un artista. In prima elementare tutte le mani si alzavano. In seconda, circa la metà. In terza rispondevano dieci bambini su trenta. E in prima media ne restavano soltanto due o tre.
A scuola impariamo che conta arrivare alla risposta giusta. Al lavoro veniamo valutati sul rispetto delle procedure. Con il tempo, queste regole non scritte diventano parte di noi. Non le scegliamo, le assorbiamo dall’ambiente che ci circonda. E a un certo punto ci ritroviamo a vivere secondo criteri che non abbiamo mai deciso di adottare.
Il percorso proposto da Ozan Varol si compone di cinque tappe. Si comincia lasciando andare quello che non ci rappresenta più. Poi si riscopre chi siamo sotto quello che abbiamo imparato a mostrare. Si torna a pensare con la propria testa. Si impara a cercare dove nessun altro guarda. E alla fine si accetta di trasformarsi.
La prima tappa si chiama "la morte", non nel senso letterale ovviamente. Muoiono le convinzioni, le abitudini e le identità che ci portiamo appresso senza più interrogarci sul perché, a partire dalle etichette che ci hanno appiccicato gli altri. La storia della coreografa Gillian Lynne rende bene l'idea. Da bambina veniva considerata problematica perché in classe non riusciva a stare ferma. Un medico si accorse che il suo bisogno di muoversi in realtà era un talento, e così i genitori la iscrissero a una scuola di danza. Quella bambina considerata allora "difficile" è diventata la coreografa di spettacoli come Cats e Il fantasma dell'opera.
Poi ci sono le etichette che ci diamo da soli. Ci identifichiamo con una professione, e quando qualcuno ci chiede chi siamo rispondiamo dicendo quello che facciamo. Ridursi a una definizione sola mette in secondo piano tutto il resto, che però è quasi sempre la parte più interessante.