Holman osserva che per anni abbiamo confuso l’innovazione con app, algoritmi e piattaforme. Nel frattempo, i problemi più grandi come energia, clima, produzione, acqua e cibo sono rimasti indietro. Le infrastrutture che reggono il mondo reale, dalle centrali elettriche ai trasporti, funzionano ancora con logiche di decenni fa.
L’energia è un esempio evidente. Gli smartphone cambiano ogni anno, ma l’elettricità che li alimenta proviene ancora in gran parte dai combustibili fossili. Le reti restano fragili e molti impianti industriali obsoleti. Lo stesso vale per il cibo, prodotto con processi nati quando la sostenibilità non era una priorità. E questo produce sprechi, inquinamento, scarsità.
Da qui nasce il concetto di deep tech, o tecnologia profonda. Con questo termine si indicano le tecnologie che ampliano ciò che possiamo fare, non quelle che si limitano a rendere più efficiente quello che già esiste. È quel tipo di innovazione che, per esempio, produce energia pulita, sviluppa nuovi materiali, o rende possibili cure più mirate. Il suo scopo è migliorare la vita, rendendola più sostenibile e concreta. Questo tipo di innovazione, però, richiede tempo e una mentalità diversa.