Quell'uomo si chiama Charlie Veitch. Nel giugno del 2011 vola negli Stati Uniti con una troupe della BBC. È uno dei nomi più seguiti del complottismo britannico. Ha fondato un gruppo di attivisti chiamato Love Police e i suoi video contano oltre cinquantamila spettatori abituali. Insieme ad altri quattro complottisti viene portato a Ground Zero, al Pentagono e a Shanksville per il documentario 9/11 Conspiracy Road Trip. Gli esperti di demolizioni gli spiegano quante persone sarebbero servite per piazzare le cariche che lui immaginava nelle Torri Gemelle, e poi incontra Alice Hoagland, la madre di Mark Bingham, uno dei passeggeri del volo 93. Al terzo giorno Veitch tira fuori il telefono in mezzo a Times Square e registra un video in cui ammette di essersi sbagliato.
Le altre quattro persone che erano con lui non cedono di un millimetro. Anzi, qualcuno è ancora più convinto di prima che l'undici settembre sia stato un complotto interno. Stesso materiale, stesso trattamento, esiti opposti. Cosa rende una mente disponibile a cambiare opinione e un'altra impermeabile davanti alle stesse identiche prove?
Una parte della risposta arriva da un esperimento condotto da Jonas Kaplan, Sarah Gimbel e Sam Harris all'Università della California del Sud e pubblicato nel 2016. Quaranta persone con posizioni politiche marcate entrano in una risonanza magnetica e leggono frasi che contraddicono quello in cui credono. Sui temi neutri, tipo chi ha inventato la lampadina, l'opinione si sposta senza troppa fatica. Sui temi politici il quadro cambia. Si accendono quelle aree del cervello legate alla rappresentazione di sé e quelle che rispondono a una minaccia emotiva. Il cervello archivia l'idea contraria come fosse un pericolo, prima ancora di valutarla.