Per capire quello che succede oggi tra israeliani e palestinesi bisogna tornare indietro di oltre un secolo. A partire dal 1881, piccoli gruppi di coloni ebrei, in fuga dalle persecuzioni e dai pogrom nell'Impero russo, avevano iniziato a stabilirsi in Palestina. Nel 1897, Theodor Herzl convocò a Basilea il Primo Congresso Sionista e diede al movimento una struttura politica organizzata, con l'obiettivo dichiarato di creare in Palestina un focolare per il popolo ebraico, che fosse garantito dal diritto internazionale.
Da quel momento il flusso migratorio si intensificò, e nel 1909 venne fondata Tel Aviv. Il punto di svolta arrivò alla fine della Prima guerra mondiale. Nel dicembre 1917 l'Impero ottomano crollò e la Gran Bretagna prese il controllo della regione. Poche settimane prima, il governo britannico aveva emesso la dichiarazione Balfour, un documento di appena 67 parole che esprimeva sostegno alla creazione di un "focolare nazionale per il popolo ebraico" in Palestina. Il testo prometteva anche che nulla sarebbe stato fatto a danno dei diritti civili e religiosi delle "comunità non ebraiche" già presenti. Quelle "comunità non ebraiche", però, rappresentavano circa il 90 per cento della popolazione, ed era come se qualcuno avesse disposto della loro terra senza nemmeno consultarli.
Nel 1922 la Società delle Nazioni trasformò quella promessa in un mandato ufficiale assegnato alla Gran Bretagna. Venne così creata un'Agenzia ebraica per rappresentare gli interessi sionisti, ma nessun organismo equivalente per la parte araba. I leader locali arabi venivano sistematicamente esclusi dalle trattative. La tensione continuò a salire fino all'agosto del 1929, quando una disputa sull'accesso al Muro occidentale di Gerusalemme sfociò in violenze che portarono all'uccisione di 133 ebrei e 116 arabi, questi ultimi colpiti soprattutto dalla repressione delle forze britanniche.