Dentro ognuno di noi convivono due voci. Una è quella che CasHolman chiama Play Voice, la voce del gioco. Si tratta dell'impulso che ti fa venire voglia di sdraiarti su un prato, di ballare mentre aspetti alla cassa del supermercato, di cantare una canzone in pubblico. L'altra è la Adult Voice, la voce adulta, quella che risponde "non puoi farlo, sembrerai ridicolo". Questa seconda voce non è cattiva. Cerca solo di proteggerci da quella che percepiamo come una vulnerabilità, e cioè giocare in pubblico da adulti. Il problema è che, a forza di ascoltarla, finiamo per non sentire più la prima.
Secondo Holman, gli adulti non hanno dimenticato come si gioca. Hanno solo imparato a non farlo. L'istinto del gioco è ancora presente nelle persone adulte, ma viene via via soppresso a partire dall'adolescenza, quando iniziamo a farci influenzare da tutta una serie di norme culturali come, per esempio, stai fermo, sii produttivo, fai il serio, smettila di fare il bambino. Crescendo, eliminiamo le attività in cui non eccelliamo, anche quelle che ci piacevano. E così, anno dopo anno, la voce del gioco si fa sempre più silenziosa.
Questo meccanismo si rafforza nel contesto lavorativo. Le giornate si riempiono di micro-obiettivi, scadenze, notifiche. Ogni gesto sembra dover produrre qualcosa di misurabile. In questo clima, l'impulso a sperimentare, a cambiare strada, a provare un approccio diverso, a smontare un'idea e rimontarla viene trattato come una distrazione. Ma quando la mente si irrigidisce su un unico binario, anche le soluzioni diventano sempre le stesse. Holman ha osservato questo schema nei workshop che ha tenuto per i team di Google, Nike e Disney Imagineering. Perfino dei professionisti di alto livello faticano a concedersi lo spazio per esplorare senza un obiettivo immediato.
La buona notizia è che la voce del gioco si risveglia se le diamo attenzione. Come spiega Holman, basta iniziare ad ascoltarla perché si rafforzi e inizi a suggerire nuove possibilità. Il primo passo per farlo è accorgersi di quando la voce adulta interviene per censurare un impulso – e chiedersi se quella censura è giustificata da qualche motivo reale, oppure se è solo un'abitudine.