La differenza tra un imprenditore e una persona che cerca un posto di lavoro per ricevere un salario, è la ricerca del lavoro stesso. Nel caso dell’imprenditore questa viene a mancare perché è sostituita dalla voglia di perseguire qualcosa che interessi in prima persona, ad esempio creare cose.
All’inizio degli anni ’90, proprio quando la recessione attendeva Svane fresco di laurea, lui non si curò particolarmente del fatto che le opportunità lavorative scarseggiavano. Voleva, appunto, creare cose e voleva farlo sui computer. Fu così che avviò la sua prima piccola startup di publishing grafico.
La tecnologia oggi fa apparire il mondo così piccolo e magico per fare business. Con un’email arrivi in un istante dall’altra parte del mondo.
Ai tempi in cui Svane avviò 3D Magical Eye, realizzare un prodotto grafico richiedeva molta manodopera e, quindi, ore di lavoro. Non divenne ricco ma disse: «Mi è piaciuto creare qualcosa e far sì che le persone lo usassero. Ero ansioso di leggere le recensioni e parlare con gli utenti».
Ciò che affermò Svane chiarì immediatamente l’obiettivo di colui che oggi è definito un imprenditore seriale.
Non fu il denaro ma servire i clienti dando loro un prodotto utile e avere certezza che ne fossero così soddisfatti da parlarne con altre persone.
Spesso accade che chi ha un’idea, che mano a mano inizia da un lato a diventare un chiodo fisso e dall’altro a prendere forma, non ha la più pallida idea di come si possa ricavarne denaro.
È solo sviluppandola e dandole forma che all’orizzonte le opportunità si stagliano più chiare.
Così l’autore creò un’altra start up che chiamò Caput. Se da un lato questa parola latina si traduceva con “Capo” (ricordi la frase “Roma caput mundi”?), dall’altro richiamava la parola tedesca kaputt, cioè “Finito, rotto”. Per un business significa morto!
Un nome che rappresenta, in effetti, il destino di ogni startup: sopravvivere o morire in breve tempo. Quello di Caput, più che un presagio, divenne una premonizione. I clienti iniziarono a non pagare i propri debiti verso la società e mano a mano, i collaboratori che non se ne erano già andati spontaneamente, furono invitati a farlo.
Era marzo 2014, il periodo in cui il valore delle Saas fu letteralmente dimezzato dalla crisi economica e, per questo, ribattezzato come la “Twilight delle SaaS.”
Il sapore del fallimento passava dal non poter pagare le bollette e, tantomeno, i dipendenti.
Mentre non esisteva più vita privata per l’imprenditore che aveva lanciato Caput, arrivò un altro nuovo grosso cliente, seppur avvolto nel solito alone di incertezza che fosse in grado di pagare le proprie fatture.
Ma ciò portava comunque in seno una grande lezione che Svane imparò: esiste sempre una seconda chance. E per vederla all’orizzonte non bisogna unicamente immergersi 24 ore su 24 nel proprio business, ignorando il mondo esterno, famiglia e amici.
I cittadini di Startupland devono, infatti, sapere che per cogliere le nuove opportunità bisogna rimanere vigili e ricettivi al mondo che continua a girare, al di fuori del guscio in cui ci chiudiamo nei momenti di difficoltà. Ecco, allora, che avere sempre le antenne drizzate comporta stare con la testa fuori per metà. Anche quando le cose vanno bene, in realtà.