Leader e organizzazioni continuano ad aggiungere strumenti nuovi, strategie nuove, obiettivi nuovi, senza mai fermarsi a chiedersi su che terreno stanno costruendo. Un nuovo software gestionale, un nuovo metodo di lavoro in team, un nuovo programma di formazione. Ma se la cultura interna è fragile, se le relazioni sono tese, se le persone si sentono poco viste, tutto quello che aggiungi non fa che amplificare quello che già non funziona.
Pensa per esempio a un team che adotta una nuova piattaforma di comunicazione interna mentre il vero problema è che i colleghi non si fidano gli uni degli altri. La piattaforma non risolve niente. Rende solo più evidente la mancanza di fiducia. Lo stesso vale per chi guida un gruppo e segue corsi di public speaking, mentre continua a evitare i confronti scomodi con le persone che dovrebbe coordinare. Le parole diventano più fluide, certo, ma il messaggio resta vuoto.
L'autrice definisce tutto questo "costruire sulla disfunzione". È un errore più diffuso di quanto si pensi, perché fermarsi a sistemare le fondamenta richiede tempo, umiltà e onestà. Andare avanti e aggiungere sempre qualcosa di nuovo è molto più comodo, anche se così si gira intorno al problema, senza mai affrontarlo per davvero.
Riconoscere che le basi non reggono significa anche ammettere che una parte del lavoro fatto finora va ripensata, e questo costa. Ma l'unico punto da cui ripartire è proprio capire su cosa si sta costruendo. Valori, consapevolezza di sé, legami autentici con le persone intorno a noi, capacità di gestire le proprie emozioni invece di esserne travolti. Questo è il terreno solido. Tutto il resto viene dopo.
Attenzione, però. Trovare le proprie fondamenta non significa raggiungere uno stato di perfezione o di equilibrio permanente. Più che una destinazione a cui arrivare una volta per tutte, lo strong ground di cui parla Brené Brown è il punto da cui ripartire ogni volta. In questo contesto, l'autrice usa spesso l'immagine dell'atleta in attesa, con le ginocchia un po' piegate, il peso distribuito bene e lo sguardo aperto. Questa è una posizione pronta, di chi può scattare da un momento all'altro. Chi sta su un terreno solido resta radicato anche quando è in movimento. Sa dove si trova, conosce i propri valori, riconosce le proprie reazioni. E proprio per questo riesce a muoversi con più agilità quando le cose si complicano.
C'è poi un altro elemento del terreno solido, ed è la consapevolezza di sé, cioè la capacità di riconoscere cosa ti sta succedendo dentro. Qui l'autrice insiste su uno strumento che diamo per scontato: le parole. Dire con precisione quello che provi. Per esempio evitare di dire solo "sono stressato", ma capire se è frustrazione, paura o senso di inadeguatezza, cambia il tuo rapporto con quell'emozione, le toglie potere. Quando riesci a dire "mi sento escluso" invece di reagire con stizza, hai già aperto uno spazio tra ciò che ti succede e come rispondi. E proprio questo piccolo spazio è il terreno solido su cui lavorare.
Questo lavoro, però, non si fa da soli. Avere persone di fiducia, un collega, un amico, qualcuno che ti restituisce uno sguardo da fuori, è importante, perché tendiamo a difendere la versione che ci siamo raccontati di noi stessi, anche quando questa non ci serve più.