Pensa a quando vai in una città che non conosci. Succede che ti fermi davanti alle vetrine, imbocchi una via laterale solo perché ti incuriosisce, entri in un mercato coperto, osservi i profili dei suoi edifici. Dopo un paio d’ore le gambe sono stanche e la tua voglia di scoprire si è esaurita da sola. Il neuroscienziato Jaak Panksepp ha dato un nome a questa spinta, chiamandola sistema della ricerca. È un circuito mentale che condividiamo con tutti i mammiferi, alimentato dalla dopamina, che ci regala una piccola scarica di piacere ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo.
Nel mondo fisico questo istinto ha un freno naturale, perché lo spazio finisce e il corpo si stanca. Lo schermo degli smartphone toglie entrambi questi limiti. Lo scroll infinito non arriva mai in fondo, il video successivo parte prima che tu abbia deciso se guardarlo o meno, e le notifiche riaccendono l’attenzione quando stava per andare altrove. Ogni contenuto online offre una piccola ricompensa, sufficiente però a farti cercare il prossimo contenuto. Ma non è mai abbastanza da farti sentire sazio.
Così la mente resta bloccata in modalità esplorazione. Lo sa bene chi apre il telefono a letto per controllare un messaggio e si ritrova a scorrere quaranta minuti dopo, con la testa più agitata di prima.