Wu racconta di aver iniziato a scrivere questo libro partendo dal fatto che tutto deve accadere da qualche parte. Le conversazioni, gli scambi, le dispute, i riti. E il luogo dove queste cose accadono finisce per definire il tipo di società che abbiamo. Nel Foro romano si vendeva e si comprava, si celebravano processi, si eleggevano i magistrati, Cicerone teneva i suoi discorsi. Quello spazio era una piattaforma nel senso più antico del termine, un posto che apparteneva a tutti e a nessuno.
L'agorà greca, il bazar mediorientale, le città-mercato cinesi funzionavano allo stesso modo. Nessuno decideva chi poteva entrare, nessuno stabiliva quale bancarella dovesse stare in prima fila. Poi le piattaforme sono diventate infrastrutture fisiche, cioè ponti, porti, ferrovie, reti telegrafiche. E chi le possedeva ha capito che il controllo del passaggio vale più del passaggio stesso.
Il ponte sul fiume Charles, costruito nel 1786 per collegare Boston e Charlestown, è l'esempio che Wu usa per fissare il momento di questo cambio di prospettiva. Negli anni Venti dell'Ottocento gli investitori avevano già recuperato ogni centesimo speso per costruirlo. Il pedaggio, però, continuò a essere riscosso. Quel ponte aveva smesso di essere un'opera pubblica utile e si era trasformato in una macchina per incassare denaro da chiunque avesse bisogno di attraversare il fiume. Le ferrovie fecero lo stesso. Nell'Ottocento un contadino americano poteva vendere il grano soltanto caricandolo su un treno, perché non esisteva un altro modo per farlo arrivare nelle città. La compagnia che possedeva i binari lo sapeva e fissava la tariffa che preferiva. Chi si rifiutava di pagare quel prezzo di fatto non poteva vendere il proprio raccolto.
Riconoscere questa continuità storica serve a togliere il velo di novità che avvolge il discorso sulle grandi piattaforme. Quello che accade oggi sui mercati digitali ripete in forma aggiornata una dinamica vecchia quanto il commercio.