Se chiedessimo a qualcuno se ha mai avuto una relazione immaginaria, la risposta molto probabilmente sarebbe no. L’aggettivo “immaginaria” infatti evoca un'ossessione per una persona famosa, un amore inventato di sana pianta. Secondo Natalie Lue però le cose non stanno così. Per lei una relazione immaginaria si basa su una persona vera. Ci sono messaggi reali, appuntamenti reali, a volte anche intimità reale. Quello che però manca in questa relazione è la sostanza, e questo vuoto viene colmato dalla nostra mente.
Le forme in cui questa dinamica si presenta sono quattro. La prima è l'Escapist, l'evasa. Si tratta di una persona che ha una relazione reale ma è insoddisfatta di quello che riceve, e per questo, invece di affrontare il problema, si immagina altre storie. L'insoddisfazione non viene dichiarata perché questo potrebbe produrre una rottura, cosa che invece non avviene in un rapporto immaginario.
Poi c'è la Crusher, quella della cotta perenne. Ama qualcuno a distanza, anche per anni, ma non fa mai una mossa perché, finché non dichiari nulla, non puoi essere rifiutata. La cotta perenne funziona proprio perché non viene mai messa alla prova. È un amore che non rischia niente, e per questo non può crollare.
La Virtual vive tutto attraverso lo schermo. Messaggi, chat, app di dating. La conversazione può durare mesi, sembrare intensissima e anche arrivare a temi profondi. Ma non si sposta mai nel mondo fisico. Quello che tiene in piedi il rapporto è la scarica di eccitazione quando arriva la notifica. Una scarica identica a quella di ieri e a quella di domani. La Virtual non è innamorata. È agganciata a quella scarica, e siccome dallo schermo lui non esce mai, non può nemmeno deluderla mai.
Infine c'è la Tabber, quella che dopo la rottura resta appesa all'ex sui social. Guarda le sue storie, controlla chi commenta le sue foto, ricostruisce cosa ha fatto nel weekend, cerca di capire se c'è qualcuno di nuovo. Quello che la muove è la rabbia, la sensazione di essere stata rifiutata e di non avere più voce in capitolo. Monitorarlo restituisce l'illusione di contare ancora qualcosa in una vita da cui è stata esclusa. Ma ogni volta che apre quel profilo rimette in circolo il dolore invece di lasciarlo esaurire, e la ferita resta aperta.
In tutti e quattro questi casi si investono tempo, emozioni e attenzione in un rapporto che però non restituisce niente. E si continua a farlo perché la fantasia è confortevole. È una versione della storia che risulta sempre migliore di quella reale, e che non delude mai perché a scriverla è solo chi la sta vivendo.