Alle 16, quando la testa si appanna e la fame arriva tutta insieme, il problema raramente è di volontà. Spesso è una questione di energia disponibile. Visto in questa prospettiva, il cibo smette di essere una lista di divieti e diventa quello che permette al corpo di pensare, muoversi, recuperare e arrivare a sera senza crolli improvvisi.
Mangiare bene infatti significa alimentare meglio il corpo, e questo cambia anche il senso dei pasti. Un atleta che deve allenarsi, lavorare e recuperare non può trattare colazione e pranzo come gesti casuali. Lo stesso vale per chi non fa sport ma deve restare concentrato in ufficio, arrivare a sera con ancora una buona dose di energia e non dover ricorrere agli zuccheri rapidi per tirare avanti.
Da questa idea nasce la nutrizione di performance, cioè l'uso mirato di cibo e liquidi per sostenere prestazione fisica e mentale. Collins ha applicato questo approccio ai calciatori dell'Arsenal e delle nazionali di Inghilterra e Francia, oltre che agli atleti della squadra olimpica del Regno Unito. La stessa logica, però, funziona anche fuori dallo sport, perché porta più stabilità, meno cali e un recupero più rapido per chiunque debba affrontare giornate impegnative. Questo perché non si tratta solo di muscoli: anche il cervello risponde in base a quello che mangi e a quando lo mangi.
Quando consideriamo il cibo come il nostro carburante, cambia anche la domanda da farsi davanti a un piatto. Più che chiedersi se un cibo è buono o cattivo, conviene chiedersi se dà il carburante giusto per quello che si deve fare oggi. Una giornata dedicata all’allenamento o dove sono previste molte ore di concentrazione richiede un supporto adeguato allo sforzo perché, se si va avanti con restrizioni rigide e pasti casuali, la prestazione peggiora, l'energia oscilla e arrivare a sera diventa più faticoso. E questo si riflette anche sul rapporto che si ha con il proprio corpo, perché si inizia a mangiare per stare meglio.