Partiamo dai numeri, perché raccontano bene il problema. Negli Stati Uniti le donne sono circa il quarantasei per cento della forza lavoro, ma occupano appena il quindici per cento delle posizioni dirigenziali nelle grandi aziende, e solo il tre per cento arriva a guidare come amministratrice delegata una società della classifica Fortune cinquecento. La presenza c'è, l'accesso al vertice molto meno. È quello che Rezvani chiama effetto imbuto: si entra in tante ma in cima ne arrivano pochissime.
Il nocciolo della questione non è la capacità. Il lavoro reale premia competenze che nessun corso insegna in modo diretto, come l'influenza, la negoziazione, il networking, la lettura delle dinamiche organizzative, la capacità di parlare a proprio favore. Chi aspetta che il buon lavoro venga notato da sé si scontra con una regola implicita, quella per cui senza una traduzione del valore in visibilità il merito resta invisibile.
È necessario quindi passare da un atteggiamento passivo a uno attivo. L'atteggiamento passivo si basa sull’idea che, se faccio bene, prima o poi mi vedranno. Quello attivo è diverso, e parte da alcune domande pratiche. Come funziona concretamente questo contesto? Chi prende le decisioni? Quali comportamenti vengono premiati? Rispondere e agire di conseguenza permette di superare le barriere e continuare a crescere.
Rezvani ha costruito questa impostazione ascoltando trenta donne arrivate ai vertici in campi molto diversi tra loro. In tutte queste storie appare chiaro come la crescita smetta di assomigliare a una lotteria quando diventa una serie di scelte intenzionali, a partire da dove investire il proprio tempo, quali relazioni coltivare, cosa chiedere e quando chiederlo.