A trentun anni Brad Stulberg sembrava avere tutto sotto controllo. Libri di successo, articoli sul New York Times, clienti di alto profilo. Eppure, in un ordinario pomeriggio del 2017, mentre guidava su una strada tranquilla, un pensiero terrificante lo colpì all'improvviso. Un pensiero intrusivo, oscuro, che non riusciva a scacciare. Quello fu l'inizio di un lungo confronto con il disturbo ossessivo-compulsivo. Non era un caso isolato, ma il sintomo di qualcosa di più profondo, una trappola in cui molte persone cadono senza rendersene conto.
Stulberg chiama questa trappola "individualismo eroico". È la convinzione, spesso inconsapevole, che il proprio valore dipenda esclusivamente da quello che si produce, o che si ottiene, o che si dimostra. Chi ne è preso tende ad alzare continuamente l'asticella. Un obiettivo raggiunto non basta, ne serve subito un altro, più grande. Il problema non è l'ambizione in sé per sé, ma il fatto che quando la corsa non ha mai una pausa, il corpo e la mente prima o poi presentano il conto. Ansia, esaurimento, relazioni trascurate, senso di vuoto nonostante i risultati sono le conseguenze più comuni di questo modo di vivere.
Per spiegare l'alternativa, Stulberg tira in ballo le sequoie californiane. Questi alberi sono tra i più alti del mondo, ma quello che le rende resistenti non è la chioma che tocca il cielo. Sono le radici. Radici che si allargano lateralmente, si intrecciano con quelle degli alberi vicini, formano una rete invisibile e solidissima. Senza quella rete, l'albero cadrebbe alla prima tempesta. Lo stesso vale per le persone.
Il groundedness, il radicamento, è esattamente questo. Significa costruire una base interiore stabile da cui il successo possa emergere in modo sostenibile. Non è una questione di fare meno ma di smettere di costruire in altezza su fondamenta instabili.