Tra le storie che Shunya ha ascoltato da bambina da suo nonno Baba, c’è quella di un uomo che perde una collana di perle e passa giorni a cercarla dappertutto, finché un amico gli fa notare che la porta ancora al collo. Per la tradizione vedica, la libertà interiore funziona allo stesso modo. La possiedi da sempre, ma la perdi di vista non appena cominci a cercarla al di fuori di te.
Questo Sé si chiama atman, una parola sanscrita che l'autrice traduce come ciò che non ha confini. È quello che resta quando metti da parte i ruoli, la storia personale, le emozioni del momento e perfino il corpo.
Ma se il Sé è già intero, da dove deriva allora la sofferenza? La sofferenza arriva quando ti riconosci in un'identità di ripiego, costruita con le paure e con il desiderio di approvazione. Qui la tradizione di Shunya prende una strada diversa da altre scuole indiane, che chiedono di annientare l'ego o di consegnarlo a una divinità. Il suo lignaggio è da sempre composto da capifamiglia, persone che lavorano e crescono figli, e tratta l'ego come un bambino che si è perso. Perfino chi rapina una banca, spiega l’autrice, non è una persona malvagia. Cerca fuori una ricchezza che in realtà possiede già, ma che ha dimenticato di avere.
Anche la distrazione contribuisce a tenerci lontani dal nostro Sé. Shunya si chiede se la mente debba per forza essere riempita di notizie, aggiornamenti sul traffico e video virali, e risponde che per conoscere sé stessi serve una mente raccolta. L’altro ostacolo sono i ruoli. Shunya fa l’esempio di sé stessa come figlia. Se si identifica solo con quel ruolo, finisce per aggrapparsi ai parenti con ansia. Se invece si vive come un Sé più ampio che, tra le altre cose, è anche figlia, riesce a esserlo con più gentilezza e meno attaccamento.