In molte classi il primo premio arriva con un voto, una classifica o un confronto esplicito con il compagno di banco. Questo stesso schema si ripete nello sport, in famiglia, nei colloqui di lavoro, nei feed social. A forza di vedere chi sale e chi resta indietro, il confronto diventa un riflesso automatico. E quando questo riflesso si stabilizza, la percezione è che sia qualcosa di innato, una forza che non possiamo cambiare.
La competizione, invece, è un comportamento appreso e rinforzato da ambienti che premiano il paragone continuo. Il messaggio implicito è che il tuo valore dipende da quanto superi gli altri. Pensa a quanto spesso il successo altrui viene letto come una sottrazione. Se la mente è stata allenata alla scarsità, scatta subito quella reazione che ti porta a dire "allora a me cosa resta?". È così che la competizione occupa il giudizio fino a sembrare inevitabile, e la domanda da farsi diventa "come faccio a battere gli altri?".
C'è anche un argomento evolutivo che merita attenzione. L'espressione inglese survival of the fittest, "sopravvivenza del più adatto", viene spesso usata per giustificare la competizione. Vince chi è più forte, chi prevale sugli altri. La storia umana, però, racconta una cosa diversa. L’Homo sapiens è sopravvissuto ai Neanderthal, che erano più robusti e avevano cervelli grandi quanto i nostri, non per superiorità fisica ma per una capacità sociale precisa: sapeva costruire reti sociali, anche tra gruppi distanti.
Tutto questo ci dice che la la competizione come unica regola di gioco non è una legge naturale, ma una scelta culturale. Mettere in discussione la competizione, quindi, non significa diventare meno ambiziosi, ma capire che l'ambizione non deve per forza passare dalla logica del sorpasso. Disimparare la competizione, allora, si carica di un senso preciso: togliere al confronto il monopolio sul valore personale, senza per questo rinunciare al desiderio di riuscire.