Non importa se accade da bambini o da adulti. Quella sensazione di essere esclusi o trascurati può riemergere con la stessa forza anche dopo anni. A volte basta poco come un messaggio senza risposta, un invito che non arriva, oppure un silenzio dopo una proposta, e il corpo reagisce subito come se vivesse di nuovo un rifiuto.
Il problema è anche che queste ferite si sedimentano nel tempo e così, per difenderci, la mente costruisce scorciatoie emotive. “Se mi espongo, verrò ferito”, “Se parlo, non mi ascolteranno”, “Se dico di no, mi allontaneranno”. In questo modo, senza neanche rendercene conto, iniziamo a scegliere guidati dalla paura: evitiamo un confronto, rinunciamo a candidarci per qualcosa che ci entusiasma, parliamo meno in una riunione.
Molte di queste reazioni nascono presto. Un genitore distratto, una maestra che non ascolta, un gruppo che esclude. Sono tutte esperienze che lasciano una traccia e insegnano, senza parole, come ridurre il rischio. Da adulti, quella lezione può diventare un ostacolo. Si prova a restare “piccoli” per non soffrire. Si dice sempre di sì per non deludere, si lavora troppo per meritarsi un posto e si evita il confronto per non essere messi da parte. A volte, la stessa paura prende la forma opposta e si traveste da controllo. Ci allontaniamo per primi, sorridiamo di continuo per risultare graditi, riempiamo l’agenda per non sentire il vuoto. Sono strategie che alla lunga consumano energie e ci allontanano da chi siamo davvero, lasciando addosso un profondo senso di disconnessione.
Il primo passo per liberarsi del rifiuto è accorgersi di questi automatismi quando si attivano. Dopo una risposta fredda, sentiamo di valere meno? Dopo un silenzio, dubitiamo di noi? Fermarsi in quel momento e chiamare le emozioni con il loro nome è già un primo atto di guarigione.