Pensa all'ultimo imprenditore di cui hai sentito parlare. Probabilmente era giovane, aveva fondato una startup tecnologica, aveva raccolto decine di milioni dagli investitori e il suo nome girava ovunque. Questa figura si è radicata a tal punto che abbiamo finito per confonderla con l'unico modo possibile per fare impresa. In realtà, questo è solo il modello più raccontato, non il più diffuso e nemmeno il più efficace.
Rosenkopf parte da qui. Dopo trent'anni passati a lavorare con studenti, ricercatori e founder, ha notato che la stragrande maggioranza degli imprenditori di successo non somiglia per niente al prototipo della Silicon Valley. Non hanno mollato l'università, non hanno convinto un finanziatore alla prima presentazione, non hanno costruito un'azienda da un miliardo di dollari in tre anni, non sono finiti sulla copertina di nessuna rivista. Eppure hanno creato qualcosa di concreto, e che dura nel tempo.
Per capire quali sono i diversi modi di fare impresa, dobbiamo partire dalla definizione stessa di impresa. L'autrice la allarga parecchio. Per lei, fare impresa significa creare valore attraverso l'innovazione. E il valore può essere economico, certo, ma anche sociale o emotivo. Un'insegnante che ripensa il modo in cui la sua scuola coinvolge le famiglie sta innovando. Un dipendente che propone un nuovo processo interno e lo porta avanti fino a cambiare il modo di lavorare di un intero reparto sta creando valore. Anche questo, secondo Rosenkopf, significa fare impresa.
Questa ridefinizione ha conseguenze pratiche molto importanti. Se per fare impresa non serve per forza avere l'idea del secolo o il capitale per lanciarla, allora la porta si apre a molte più persone, per esempio a chi conosce a fondo un settore, a chi ha individuato un problema che nessuno sta risolvendo, a chi lavora già dentro un'organizzazione e ogni giorno vede da vicino le inefficienze che potrebbe correggere.