Pensa a qualcuno che consideri saggio. Probabilmente non è la persona più colta che conosci, né quella con il curriculum più lungo. È qualcuno che sa aspettare quando gli altri reagiscono d'impulso, qualcuno che fa le domande giuste invece di cercare subito una risposta. E quasi certamente è qualcuno che ha attraversato esperienze difficili e ne ha tratto qualcosa di utile.
La saggezza non è una dote. Non dipende dal quoziente intellettivo, né dal titolo di studio né dall'ambiente in cui si è cresciuti. La saggezza è il risultato di un lavoro che si sceglie di fare ogni giorno, anche quando è scomodo. Gli stoici lo sapevano bene, e Aristotele lo aveva già scritto con chiarezza: diventiamo quello che pratichiamo. Vale per la falegnameria come per la musica, e vale anche per il modo in cui pensiamo e decidiamo.
Chiunque, quindi, può diventare più saggio, ma nessuno lo diventa per inerzia. Senza uno sforzo consapevole, l'esperienza resta solo esperienza. Può passarci accanto senza lasciarci nulla. Quante persone conosci che hanno vissuto molto ma sembrano aver imparato poco? La capacità c'è, ma manca la disponibilità a mettere a frutto quello che si è vissuto.
La saggezza è una virtù che dipende da tutte le altre. Senza di essa il coraggio diventa temerarietà, la disciplina si irrigidisce e la giustizia si trasforma in un moralismo vuoto. La saggezza è la virtù che dà direzione alle altre, che le rende utili invece che dannose. Nella tradizione stoica arriva per ultima perché richiede tutte le altre come base, non perché sia la meno importante.
Il primo passo, allora, è smettere di aspettare che la saggezza arrivi da sola con gli anni. L'età di per sé non insegna niente. Insegna solo a chi è disposto a guardare quello che succede e a mettere in discussione le proprie certezze. Si comincia decidendo di voler imparare qualcosa da ogni situazione, anche da quelle in cui si ha torto.