Viviamo circondati da modelli che sembrano perfetti: corpi scolpiti, sorrisi sicuri, carriere che decollano a venticinque anni. E così, quasi senza accorgercene, finiamo per inseguire quella stessa immagine, convinti che raggiungerla ci renderà finalmente felici. Bartlett racconta di esserci cascato pure lui. Puntava a diventare ricco. Voleva essere ammirato. Ma quando poi ci è riuscito, ha realizzato che quella sensazione di vuoto non era sparita. Era solo diventata più costosa.
Il problema non è voler migliorare la propria vita, ma confondere la crescita con la messa in scena. I social amplificano questa confusione. Ogni “mi piace” diventa una piccola dose di approvazione che ci spinge a esagerare ancora di più. È come muoversi su un tapis roulant emotivo. Corri ma resti fermo nello stesso punto. L’illusione è che la visibilità aumenti il valore personale. Invece, più cerchiamo conferme e più ci allontaniamo da ciò che siamo veramente.
Chi si è trovato a lavorare senza sosta solo per raggiungere un titolo o a postare qualcosa sperando in una reazione, conosce bene quel misto di eccitazione e ansia. L’adrenalina del riconoscimento dura poco, mentre la sensazione di inadeguatezza resta. È in quel momento che serve un reset, un ritorno a quello che fa sentire vivi, al di là degli applausi. Per qualcuno può essere un progetto creativo, per altri un rapporto sincero o semplicemente la calma di una giornata senza rumore.
Questo cambio di prospettiva richiede di dare alla nostra ambizione delle radici solide. Un obiettivo ha senso se ti rappresenta, non se ti sostituisce. Fare chiarezza su questo punto permette di distinguere chi corre perché ama farlo da chi corre solo per farsi vedere al traguardo. E spesso, paradossalmente, proprio chi smette di inseguire la vetrina finisce per ottenere risultati più duraturi, perché agisce in sintonia con se stesso, non contro di sé.