Lavoro e Denaro

4min

L'errore più costoso: confondere velocità con valore

Perché correre più forte verso la cosa sbagliata non è produttività ma uno spreco organizzato, e cosa significa scegliere prima di muoversi

La vertigine della velocità

Lunedì sera, un responsabile commerciale chiude il portatile dopo aver smarcato ventidue task. Ha risposto a quarantasette mail, partecipato a sei call, archiviato tre documenti, mandato avanti due progetti e detto sì a quattro nuove richieste. Si sente esausto e produttivo allo stesso tempo. Se gli chiedessi quale di quelle ventidue cose abbia realmente spostato l'azienda di un millimetro, però, faticherebbe a rispondere. Confondiamo il movimento con il progresso, e nessuno ci insegna a distinguerli.

La scena si ripete ogni giorno in centinaia di uffici italiani, e produce un effetto curioso. Più cose facciamo, meno tempo abbiamo per chiederci se le stiamo facendo nella direzione giusta. La velocità diventa una metrica auto-celebrativa, una performance interna che riempie i calendari ma svuota i risultati. La velocità è diventata l'alibi più sofisticato per non chiederci se stiamo facendo le cose giuste. È un problema antico travestito da virtù moderna, premiato da una cultura del lavoro che applaude chi corre anche quando corre nel posto sbagliato. In molti contesti aziendali italiani, chi alza la mano per dire “prima fermiamoci a capire dove stiamo andando” viene percepito come l'ostacolo, non come la voce sensata della stanza. E così l'errore più costoso che possiamo commettere, oggi, è continuare a confondere queste due cose come se fossero la stessa cosa.



Effettività e non efficienza, la distinzione di Drucker che continuiamo a ignorare

Peter Drucker ha passato la vita a separare due parole che continuiamo a usare come sinonimi. L'efficienza è fare bene le cose. L'effettività è fare le cose giuste. Sembra una sottigliezza accademica, in realtà è la frattura su cui si gioca buona parte del lavoro contemporaneo. Drucker, considerato il padre del management moderno, ha scritto che non c'è nulla di più inutile che fare in modo efficiente ciò che non andrebbe fatto affatto. La frase ha sessant'anni e suona come una diagnosi del 2026.

Nel suo The Effective Executive, Drucker descrive l'effettività come un'abitudine, non come un talento naturale. Un dirigente effettivo, dice, parte sempre da due domande prima di muoversi: dove va il mio tempo, e qual è il contributo che posso dare. Sono domande noiose, prive di adrenalina, e proprio per questo le saltiamo. Preferiamo aprire la posta e iniziare a rispondere, perché rispondere è un'azione che produce subito la sensazione del lavoro fatto. La sensazione del lavoro fatto e il lavoro effettivamente fatto, però, sono due cose diverse, e la prima è molto più facile da ottenere della seconda.

L'effettività si costruisce con domande precise, ed è una disciplina che chiunque può imparare. Drucker insiste su questo punto perché vuole togliere ogni alibi: non servono geni, non serve un carisma fuori dalla norma, serve solo l'abitudine di fermarsi un momento prima di iniziare. Il problema è che fermarsi un momento ci sembra perdere tempo, mentre nei fatti è il modo più affidabile di guadagnarlo. Chi salta questo passaggio finisce per essere efficiente nelle cose sbagliate, che è il modo più sofisticato di sprecare la propria carriera.



Quando la velocità nasconde la mancanza di una scelta

C'è un motivo per cui la velocità ci attrae più dell'effettività, ed è poco lusinghiero. Andare veloci è un modo per non scegliere. Scegliere è faticoso, costringe a guardare in faccia il fatto che le risorse sono limitate, che non possiamo dire sì a tutto, che ogni sì porta con sé un no implicito. La velocità ci permette di fingere che la scelta non esista. Se faccio tutto, in fretta, allora non devo decidere cosa lasciare fuori.

Gli psicologi cognitivi parlano di action bias per descrivere questa tendenza. Di fronte a una situazione complessa, preferiamo agire piuttosto che pensare, anche quando l'azione è peggiore dell'inazione. Uno studio israeliano del 2007 sui portieri di rigore nel calcio, condotto da Bar-Eli e colleghi, ha mostrato che i portieri si tuffano quasi sempre da una parte, anche quando statisticamente restare al centro sarebbe la mossa più razionale. Restare fermi sembra debolezza, anche quando è la decisione migliore. La stessa logica governa le riunioni in cui qualcuno dice “facciamo qualcosa”, anche quando la cosa giusta sarebbe aspettare un'altra settimana di dati.

Andare più veloci verso il posto sbagliato non riduce il danno, lo amplifica. Eppure è ciò che continuiamo a fare nei contesti professionali, dove la velocità viene letta come segno di competenza. Si moltiplicano i sì, si compilano liste di attività lunghissime, si dichiara di non avere tempo per la pianificazione perché si è troppo occupati a eseguire. Il risultato è prevedibile: progetti accumulati senza priorità, riunioni che generano altre riunioni, settimane intere passate a spegnere incendi che si sarebbero potuti evitare con dieci minuti di pensiero a monte. Ogni sì rapido a una richiesta marginale è un no implicito a qualcosa di centrale, solo che il no non lo vediamo mai. Lo paghiamo a fine trimestre, quando ci accorgiamo che le cose importanti sono ancora lì, ferme. La trappola si autoalimenta perché chi sta sempre disponibile, sempre reattivo, sempre online viene percepito come professionista impegnato, mentre chi si protegge per pensare viene letto come distante o poco collaborativo, anche quando produce di più.



La disciplina del meno per ottenere il giusto

Greg McKeown, in Dritto al sodo, ha tradotto in pratica quotidiana l'intuizione di Drucker. La sua tesi è che la disciplina dell'essenziale non significa fare meno per pigrizia, ma scegliere con precisione su cosa concentrare il proprio tempo, e poi proteggere quella scelta dagli assalti del quotidiano. McKeown propone una regola operativa brutale: se davanti a una richiesta o a una proposta non rispondi con un sì entusiasta e chiaro, considerala un no. La zona grigia del “potrebbe essere interessante” è proprio quella in cui si annidano le attività che ci consumano senza ricompensa.

L'idea sembra semplice ma è molto difficile da applicare, perché la nostra educazione professionale ci ha addestrati al contrario. Diciamo sì per cortesia, per non sembrare poco collaborativi, per la paura che dicendo no perderemo opportunità. McKeown ribalta la logica e mostra che, ogni volta che dici sì a qualcosa di marginale, stai dicendo no a qualcosa di centrale, perché il tempo è una risorsa fissa che non si espande con la buona volontà. La disciplina del meno non è rinuncia, è geometria delle priorità.

L'autore racconta il caso di un dirigente che, dopo aver applicato il principio per qualche mese, è arrivato in azienda con metà degli impegni e il doppio dei risultati. Non perché lavorasse di più, ma perché aveva smesso di disperdersi su attività trivial-many a favore delle vital-few. Il vocabolario è di Pareto, ma l'applicazione è quotidiana: ogni mattina, prima di aprire la posta, decidere quali sono le due cose che, se fatte, renderanno la giornata utile. Tutto il resto va in coda, senza sensi di colpa, perché solo proteggendo le due cose centrali si costruisce qualcosa che dopo sei mesi è ancora lì. Scegliere è lavoro, e va fatto prima di iniziare a correre. Senza questa precedenza, anche la corsa più impetuosa porta nel posto sbagliato.



Rallentare è la prima decisione adulta

Torniamo al responsabile commerciale del lunedì sera, ventidue task chiuse, esausto e privo di rotta. Cosa sarebbe cambiato se ne avesse chiuse cinque, ma quelle giuste? Probabilmente la sensazione a fine giornata sarebbe stata diversa, meno adrenalinica, meno da “produttivo”. Il valore generato, però, sarebbe stato un altro ordine di grandezza. Il valore che non abbiamo costruito pesa più del tempo che abbiamo perso. È un costo invisibile, perché non compare nei report, non si vede nelle metriche di output, non lascia traccia. Si manifesta solo a posteriori, quando ci accorgiamo che dopo mesi di corsa siamo nello stesso punto di partenza.

Cambiare questo modo di lavorare non richiede strumenti nuovi, richiede una decisione nuova. Rallentare è la prima decisione adulta, quella che separa chi esegue ciò che capita da chi sceglie ciò che fa. Per chi vuole esercitare questa disciplina senza partire da zero, su 4books trovi le sintesi di Drucker, McKeown e degli altri autori che hanno provato a spiegare perché fare meno, ma fare le cose giuste, è la mossa più produttiva che esista. Bastano pochi minuti al giorno per costruire l'allenamento mentale che, nel tempo, insegna a smettere di confondere il movimento con il progresso, e a riconoscere quando la velocità è solo il nostro modo di scappare dalla domanda più importante: cosa vale la pena fare, oggi.

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