Lavoro e Denaro

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La meritocrazia senza trasparenza è una parola vuota

Perché tante aziende invocano il merito senza mai spiegare cosa misurano, e cosa cambia quando lo fanno

Quando un manager deve annunciare una promozione, c'è un momento in cui guarda il foglio davanti a sé e capisce di non avere parole per spiegarla. La decisione è già stata presa in una riunione di calibrazione, magari in due ore di discussione tra capi che si sono accordati sui nomi. Ma adesso, davanti al team, manca proprio la parte più importante: con quali criteri qualcuno è salito e qualcun altro è rimasto. Quasi tutte le aziende dichiarano di essere meritocratiche. Si legge sui siti carriere, nei valori scritti sul muro dell'ufficio, nelle interviste dei CEO. Quasi nessuna sa spiegare come misuri il merito. È in questa distanza tra dichiarazione e metodo che la parola finisce per svuotarsi, fino a smettere di indicare qualcosa di concreto e a diventare un'etichetta che protegge le decisioni invece di legittimarle.


Il valore più citato e meno definito delle aziende contemporanee

Prova a cercare la parola "meritocrazia" nei siti carriere delle prime cento aziende italiane. La trovi quasi ovunque, spesso accanto a parole come "talento", "performance", "crescita". Non trovi quasi mai, invece, una pagina che spieghi quali criteri vengono usati per decidere chi viene promosso, chi riceve un aumento più alto, chi viene scelto per un progetto strategico.

C'è una ragione per cui è andata così. Dichiararsi meritocratici è diventato uno standard difensivo: serve a proteggersi dall'accusa di favoritismo, di nepotismo, di politica interna. Ma una dichiarazione di principio non è una procedura, e nel momento in cui non viene tradotta in criteri scritti, l'unica cosa che resta è la percezione di chi guarda. Quella percezione, dentro un team, si forma sui casi visibili, cioè chi è stato promosso, chi è stato lasciato indietro, chi ha ricevuto l'aumento più sostanzioso. Da fuori, ogni decisione opaca diventa materiale per un'interpretazione personale, e in assenza di criteri pubblici le interpretazioni si moltiplicano.

Il risultato è una contraddizione che ritorna nei sondaggi di clima aziendale: i dipendenti dicono di credere nel merito come principio, ma di non fidarsi del modo in cui viene applicato nella loro azienda. Quando i criteri non sono espliciti, qualcuno li sceglie comunque, ma senza dirlo a nessuno. Il vuoto di trasparenza non resta vuoto, viene riempito dalle preferenze di chi decide, dalle reti interne, dalla prossimità ai vertici, dalla capacità di rendersi visibili al momento giusto. Tutte cose che possono anche correlare con il merito, ma che non lo sono.



Chi sceglie chi non è mai una decisione neutra

In Corruptible Brian Klaas, professore di politica globale allo University College London, formula una domanda che riguarda direttamente questo punto. In qualsiasi sistema in cui qualcuno deve scegliere chi mettere in posizione di responsabilità, chi finisce per arrivarci? La risposta che emerge dalle sue oltre cinquecento interviste con leader politici e d'impresa è meno rassicurante di quanto si vorrebbe. Nelle organizzazioni in cui i criteri di selezione restano impliciti, la corsa la vincono spesso non i più adatti, ma i più disposti a cercarla. Klaas chiama questa categoria i corruptibles: profili attratti dalla posizione di potere proprio perché percepiscono l'incertezza dei criteri come uno spazio di manovra, dove la capacità di muoversi nelle ambiguità conta più della performance dichiarata.

Trasferito al contesto aziendale, il meccanismo è familiare. Quando una promozione non ha criteri pubblicabili, a salire è spesso chi ha imparato a gestire le ambiguità del processo, cioè chi capisce con chi parlare, quando farsi vedere, su quale progetto investire visibilità anche a costo di lavorare meno bene su altri. Si tratta di adattamento razionale a un sistema che premia chi sa decifrarlo, più che di cattiva fede. I sistemi opachi non premiano chi merita, premiano chi sa muoversi nei sistemi opachi.

La tesi di Klaas è più sottile di una denuncia: certi sistemi attraggono certi profili. Quando le regole sono chiare e i criteri visibili, vince chi le rispetta meglio. Quando le regole non ci sono o non vengono mai messe per iscritto, vince chi è più bravo a navigarne l'assenza. Il problema della meritocrazia dichiarata e mai descritta è che premia esattamente i comportamenti che dovrebbe scoraggiare.



Quello che resta non detto diventa la regola vera

Pensa a tutte le decisioni che un'organizzazione prende ogni mese sulle persone. Promozioni, aumenti, opportunità di partecipare a un progetto, bonus, formazione pagata, viaggi, esposizione interna. In un'azienda di duecento persone sono centinaia di decisioni l'anno, ciascuna con conseguenze materiali sulla vita di chi lavora. Quante di queste decisioni vengono prese in base a criteri pubblicati, conosciuti in anticipo da chi viene valutato, applicabili allo stesso modo in casi simili? Nella maggior parte delle aziende, pochissime.

Quello che resta fuori dai criteri scritti viene comunque deciso, ma in modo non tracciabile. Il copione è quasi sempre lo stesso. Una promozione viene proposta dal capo diretto, valutata da HR, approvata in una riunione di calibrazione. Le frasi che girano in quella stanza sono spesso descrittive, tipo "ha lavorato bene su X", "ha buoni risultati", "il team lo segue", raramente quantitative o riconducibili a un sistema di valutazione visibile. Nel momento in cui la decisione esce dalla stanza, viene presentata come merito, mentre in realtà è un consenso costruito tra decisori su criteri che ciascuno applica in modo personale.

Il problema non sta nella riunione di calibrazione, che ha senso come momento di confronto. Il problema è che senza una griglia di criteri scritti, ciò che si dice in quella stanza diventa la regola vera, e quella regola non viene mai pubblicata. Una promozione senza criteri pubblicabili è una decisione politica travestita da valutazione. Questo non significa che chi decide stia agendo in malafede. Significa che in assenza di vincoli espliciti, ogni decisione finisce per riflettere le preferenze, le esperienze e le reti di chi siede al tavolo. La meritocrazia formale resta dichiarata, mentre quella sostanziale viene riscritta caso per caso.



Le aziende che hanno scritto le proprie regole e quelle che non lo fanno

C'è un'azienda che ha provato a fare il contrario, e il modo in cui ci è riuscita merita attenzione anche da chi non ha intenzione di copiarla. In L'unica regola è che non ci sono regole Reed Hastings, fondatore di Netflix, e Erin Meyer, professoressa di INSEAD, raccontano una cultura aziendale costruita attorno a un principio che sembra paradossale rispetto al titolo del libro, cioè niente regole sui dettagli operativi, ma trasparenza radicale sui criteri che contano. Gli stipendi sono noti tra colleghi che ne parlano apertamente, le decisioni di separazione vengono spiegate al resto dell'organizzazione, i feedback sono documentati, le valutazioni non passano da rituali formali una volta all'anno ma da conversazioni continue su criteri condivisi.

Il punto interessante non è il modello in sé, che Hastings stesso ammette non essere replicabile ovunque. È la motivazione strategica dietro la scelta. Netflix non rende pubblici i criteri per ragioni filosofiche, lo fa per efficienza: in un'azienda che cresce velocemente, la politica interna costa cara. Più una decisione importante può essere spiegata con criteri scritti, meno tempo le persone passano a interpretarla, a difendersi, a costruire reti per influenzarla. La trasparenza, in questa logica, funziona come un meccanismo che libera energia produttiva, prima ancora che come un valore morale. Rendere pubbliche le regole costa meno della perdita di fiducia che produce il silenzio.

Non serve diventare Netflix per applicare il principio. Basta porsi qualche domanda alla volta sulle decisioni più visibili dell'organizzazione. Quali criteri usiamo per decidere chi viene promosso? Sono scritti? Sono noti a chi viene valutato? Se domani una persona ci chiedesse perché ha preso un aumento minore rispetto a un collega, sapremmo rispondere con elementi che reggono pubblicamente? Quando la risposta è no, la meritocrazia in quell'area dell'azienda non esiste, qualunque cosa dica la pagina dei valori.



Una parola si misura da quanto la spieghi

La meritocrazia ha una caratteristica particolare: è una delle poche parole del vocabolario aziendale che si autodescrive quando funziona. Se è reale, può essere messa per iscritto. Se non può essere messa per iscritto, non lo è. Non c'è bisogno di sondaggi di clima per capirlo, basta provare a rispondere a una domanda semplice. Quali criteri della nostra azienda riguardanti le persone potremmo pubblicare oggi sul sito carriere senza dover correggere niente nei processi reali? 

La distanza tra quella risposta e la realtà attuale è la misura esatta di quanto la meritocrazia, nella tua organizzazione, sia ancora una parola vuota o stia diventando qualcosa di concreto. La meritocrazia non è un valore, è un metodo. E i metodi si scrivono.

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