Lavoro e Denaro

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Riduzione burnout con policy semplici e misurabili: cosa hanno fatto le aziende che ci sono riuscite

Dall’accordo Barilla del 2015 alla settimana corta di Intesa Sanpaolo, l’Italia ha costruito un percorso di policy semplici che hanno reso il burnout un problema misurabile invece di un destino aziendale

Il 54% dei lavoratori italiani si sente sempre connesso al lavoro, e il costo di questa connessione si misura in oltre quattrocentomila euro l’anno per un’azienda da cento dipendenti. Il primo dato arriva dall’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, che da anni monitora il tema della reperibilità digitale e che alla cifra principale ne affianca un’altra altrettanto chiara: un dipendente su tre manifesta sintomi di affaticamento cognitivo o di ansia da reperibilità. Il secondo dato, sui costi, è la sintesi di studi convergenti sull’incidenza del burnout in termini di assenteismo, calo di produttività e turnover. Negli ultimi dieci anni alcune aziende hanno provato a fare qualcosa di concreto contro questo scenario. Non workshop motivazionali e non welfare di facciata, ma policy semplici, scritte nero su bianco, applicate e misurate. Dall’accordo Barilla del 2015 alla settimana corta sperimentata da Intesa Sanpaolo nel 2023, l’Italia ha esempi che meritano di essere raccontati. In questo articolo li mettiamo in fila per capire cosa rende efficaci le policy contro il burnout e cosa le distingue dalle dichiarazioni di intenti.


Perché le policy contro il burnout funzionano solo dove c’è margine da riallocare

Tom DeMarco, consulente di management e autore di Slack, parte da una domanda controintuitiva. Perché le aziende moderne, ossessionate dall’efficienza, sembrano più lente e più fragili di quelle che operavano con meno strumenti vent’anni fa? La risposta, secondo DeMarco, sta in una parola difficile da tradurre, ossia slack, cioè il margine. Le organizzazioni iperefficienti non riescono a introdurre policy contro il burnout perché hanno già allocato al lavoro misurabile il 100% del tempo disponibile. Non hanno tempo da riallocare al riposo, alla riflessione, al recupero, perché ogni ora di ogni persona è già contata, prenotata, misurata da un KPI.

Questa è la cornice teorica che spiega perché tante iniziative di benessere aziendale falliscono. Aggiungere un workshop di mindfulness o una serie di webinar sulla resilienza non ridistribuisce il carico, lo lascia identico e in più chiede al dipendente di trovare tempo extra per gestirlo meglio. Le policy che funzionano fanno l’opposto. Sottraggono ore lavorate, vietano comunicazioni in certe fasce, impediscono protocolli di reperibilità che andavano fuori controllo. Restituiscono margine in modo obbligatorio, non discrezionale. È in questa cornice che vanno letti i casi italiani che vediamo nel prossimo capitolo.



Da Barilla a Intesa Sanpaolo, le policy italiane che hanno fatto scuola

Nel 2015, due anni prima che la Legge 81 introducesse il lavoro agile nell’ordinamento italiano, Barilla firmò un accordo aziendale che oggi sembra ordinario e all’epoca era pionieristico. Barilla nel 2015 ha scritto nero su bianco che i dipendenti in smart working potevano essere contattati con gli strumenti aziendali solo durante l’orario di lavoro. Niente messaggi serali, niente call domenicali, niente email del capo all’una di notte con la richiesta implicita di una risposta prima delle nove del mattino dopo. La regola era brevissima e tracciabile, perché bastava un sistema interno di logging delle comunicazioni per verificare le violazioni. Nessuna metafora sul rispetto del tempo personale, solo un perimetro tecnico.

Otto anni più tardi, nel maggio del 2023, è stata Intesa Sanpaolo a fare un altro passo nello stesso solco. Intesa Sanpaolo nel 2023 ha portato in Italia la settimana corta sui quattro giorni mantenendo la disconnessione come perimetro non negoziabile. Non un pilota di reparto e non un’eccezione per pochi: l’intera popolazione aziendale, primo grande gruppo bancario italiano a muoversi su questo terreno. La sperimentazione ha incontrato resistenze sindacali, soprattutto sul rischio che le nove ore quotidiane si trasformassero in dieci o undici di lavoro reale, ma ha avuto il merito di rimettere in discussione un’assunzione che nessuna grande banca italiana aveva mai messo in discussione, cioè che il giorno lavorativo sia inderogabilmente cinque su sette.

Sullo sfondo, l’esempio internazionale più citato è ancora quello di Volkswagen, che nel 2011 spense i server mail per i dipendenti non-manager dalle 18:15 alle 7:00 del mattino, e quello di Daimler, che nel 2014 introdusse un software che cancella automaticamente le email arrivate durante le ferie. La logica è la stessa dei casi italiani, cioè una policy applicabile senza interpretazioni e quantificabile con due numeri.



Dal protocollo alla cultura, come si misura in pratica il benessere in azienda

Una volta tracciato il primo confine orario, però, si apre subito la domanda successiva. Una volta tracciato il confine orario, il problema diventa cosa misurare oltre l’assenteismo e il turnover. Su questa domanda lavora da anni Biancamaria Cavallini, psicologa del lavoro e operations director di Mindwork, autrice di Come stanno i tuoi?. Il titolo è già una tesi, perché la domanda sullo stato dei propri collaboratori è quella che ogni responsabile aziendale dovrebbe porsi e che quasi nessuno si pone con metodo.

Cavallini propone di guardare alla person integration, cioè alla possibilità che il lavoratore porti tutto sé stesso al lavoro senza censurarsi. È un concetto che lei stessa ha coniato e che si misura attraverso indicatori più fini dell’assenteismo, come il clima percepito, la libertà di esprimere disagio senza ripercussioni, la qualità della relazione con il manager diretto. Sul fronte degli effetti documentati, il rapporto di Eurofound del 2023 sull’implementazione del diritto alla disconnessione in Europa rileva che nelle aziende con policy strutturata i livelli di soddisfazione e l’equilibrio tra vita e lavoro sono significativamente migliori, mentre nelle aziende senza policy aumentano i sintomi riportati di stress, ansia e disturbi del sonno.

Sul fronte del ritorno economico, le stime convergono. Deloitte calcola un ritorno medio di 4,2 euro per ogni euro investito in prevenzione burnout, conteggiato sulla riduzione di assenteismo, sull’aumento di produttività e sulla maggiore retention. McKinsey aggiunge che le aziende nel quartile superiore per salute organizzativa registrano margini operativi superiori del 15% alla media del settore. Numeri che spostano la discussione dal piano del welfare a quello della governance economica.



Il quadro normativo italiano dalla legge 81 alla legge PMI del 2026

In parallelo all’iniziativa delle singole aziende, il legislatore italiano ha costruito negli ultimi anni un’architettura sempre più stringente. Tutto parte dal D.Lgs 81 del 2008, che obbliga ogni azienda a valutare il rischio stress lavoro-correlato all’interno del Documento di Valutazione dei Rischi e ad adottare misure preventive proporzionate. Su questo binario si è innestata la Legge 81 del 2017 sul lavoro agile, che all’articolo 19 ha sancito per la prima volta nell’ordinamento il diritto alla disconnessione per i lavoratori in smart working, da regolare con accordo individuale tra le parti.

Nel dicembre 2021 il Protocollo Nazionale sul Lavoro Agile firmato dal Ministero del Lavoro e dalle parti sociali ha ribadito l’obbligo di stabilire fasce orarie di disconnessione e misure tecniche per farle rispettare. Il punto di svolta è arrivato però con la Legge PMI del marzo 2026, che dal 7 aprile dello stesso anno ha trasformato il mancato rispetto degli obblighi su sicurezza, informativa e disconnessione in responsabilità penale, con ammende fino a oltre settemila euro e sanzioni più gravi nei casi di patologie certificate come il burnout. La legge 81 del 2017 e la nuova legge PMI del 2026 trasformano la disconnessione da principio etico in obbligo penalmente rilevante.



Quando il burnout smette di essere un destino e diventa un parametro

Cosa lega i casi italiani che abbiamo raccontato e le cornici normative che li hanno accompagnati? Una caratteristica comune. Tutte le policy efficaci, dalla più semplice (Barilla 2015) alla più ambiziosa (Intesa Sanpaolo 2023), hanno trasformato un disagio invisibile in un parametro contabile. Le policy che funzionano contro il burnout non sono ambiziose, sono abbastanza specifiche da poter essere descritte in una frase e contate in due numeri. Quante email fuori orario sono partite questa settimana? Quante ore di formazione manageriale sono state erogate sulla netiquette digitale? Di quanto è cambiato il punteggio medio di clima nell’ultima rilevazione interna?

Il passaggio culturale, alla fine, è proprio questo. Si esce dalla retorica del prendersi cura dei propri collaboratori per entrare in quella delle tre soglie monitorate ogni trimestre. Se vuoi approfondire i libri citati in questa analisi, Slack di Tom DeMarco e Come stanno i tuoi? di Biancamaria Cavallini sono entrambi disponibili in versione condensata su 4books, insieme a centinaia di altri titoli di management e cultura organizzativa selezionati per chi vuole arrivare al sodo senza dover dedicare settimane a ogni volume. Iscriversi alla piattaforma è il modo più rapido per portare lo stesso rigore analitico che chiediamo alle policy aziendali anche al proprio percorso di formazione.

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