Cultura e Lifestyle

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Storytelling per chi non si sente creativo: griglia pratica

Come costruire storie efficaci senza affidarsi all’ispirazione

C’è una convinzione dura a morire: lo storytelling sarebbe una faccenda per persone “portate”, con fantasia pronta e frasi ad effetto sempre in tasca. Se ti riconosci nel lato opposto, quello del “non sono creativo”, è facile rinunciare in partenza. Eppure lo storytelling, nella vita reale, funziona quasi sempre per un motivo molto meno romantico: le storie efficaci sono strutture, non scintille.

Quando racconti un progetto al team, quando spieghi a un cliente perché una soluzione è sensata, quando ti presenti a un colloquio o scrivi una bio professionale, non stai cercando di intrattenere. Stai cercando di rendere un messaggio comprensibile, memorabile e credibile. Questa è una competenza. E come tutte le competenze si può allenare, soprattutto se smetti di inseguire l’ispirazione e inizi a usare una griglia.

In questo articolo trovi una griglia pratica che ti permette di costruire micro-storie solide anche quando ti senti “senza idee”. Se vuoi una lettura rapida, scorri solo le frasi in grassetto: ti guideranno lungo il percorso essenziale senza perdere i passaggi chiave.


Perché lo storytelling non è creatività ma struttura

Se ti blocchi quando devi “raccontare”, spesso non è perché ti manca creatività. È perché non sai da dove partire. La creatività, quando arriva, ha bisogno di una cornice per diventare utile. Senza cornice, resta rumore: immagini sparse, dettagli non collegati, intenzioni non esplicitate.

Nel lavoro, nelle relazioni e nella comunicazione pubblica, chi ascolta non sta valutando la tua originalità. Sta cercando risposte a domande implicite: “Perché me lo stai dicendo?”, “Cosa cambia per me?”, “Posso fidarmi?”, “Qual è il prossimo passo?”. Lo storytelling è la capacità di anticipare quelle domande e rispondere in una sequenza naturale.

La sequenza conta più dello stile. Puoi essere brillante e confuso, oppure semplice e chiarissimo. Indovina chi viene ricordato. Quando un messaggio è strutturato, la mente lo “aggancia” più facilmente: capisce il contesto, individua il problema, nota la tensione, segue una trasformazione e arriva a una conclusione. Non serve inventare mondi, serve ordinare informazioni.

Ecco perché una griglia è un vantaggio per chi non si sente creativo. Ti evita il vuoto iniziale. Ti costringe a scegliere. Ti spinge a tagliare il superfluo. E, cosa fondamentale, ti permette di ripetere il processo: una volta che la struttura è chiara, la creatività smette di essere un requisito e diventa un bonus.



La griglia dello storytelling applicata ai contesti reali

La griglia che stai per usare non serve a scrivere romanzi. Serve a creare storie brevi e funzionali: un post, una presentazione, una pagina “Chi sono”, un pitch, una mail in cui devi portare qualcuno dalla confusione alla decisione.

Funziona così: parti dal messaggio, non dalla storia. Poi costruisci una sequenza in sei blocchi, che puoi pensare come un binario. Se uno di questi blocchi manca, l’ascoltatore inciampa.

Il primo blocco è il contesto. Dove siamo, cosa sta succedendo, perché questa situazione esiste. Il secondo è l’obiettivo. Cosa volevi ottenere, cosa stavi cercando, qual era l’intenzione. Il terzo è l’ostacolo. Cosa impediva il risultato, cosa era ambiguo, costoso, rischioso, lento. Il quarto è la scelta. Cosa hai deciso di fare, quale svolta hai introdotto, quale criterio hai usato. Il quinto è l’esito. Che cosa è cambiato, anche in piccolo, che cosa hai imparato o sbloccato. Il sesto è l’insight trasferibile. Cosa può usare l’altra persona domani, qual è la lezione pratica.

Per vedere se la griglia sta in piedi, fai un controllo semplice: l’insight finale deve essere utile anche a chi non ha vissuto la storia. Se è solo un resoconto, non è storytelling: è cronaca.

Questo approccio è molto vicino a una delle analisi più utili su 4books per chi vuole comunicare senza fronzoli: “Building a StoryBrand” di Donald Miller. Il suo punto di forza è spostare l’attenzione da “io e la mia azienda” a “tu e il tuo problema”, rendendo il messaggio immediatamente più chiaro e rilevante. Se ti senti poco creativo, questa prospettiva è liberatoria perché ti dà una direzione: non devi inventare, devi chiarire.

Proviamo a vedere la griglia in un caso comune, senza trasformarla in un esercizio scolastico. Immagina di dover spiegare al tuo capo perché proponi di cambiare un processo interno.

Contesto: il team perde tempo tra file sparsi e versioni diverse. Obiettivo: ridurre errori e tempi di allineamento. Ostacolo: abitudini consolidate e paura di “aggiungere un tool”. Scelta: testare per due settimane un flusso unico, con regole minime e responsabilità chiare. Esito: meno passaggi, meno domande ripetute, più visibilità. Insight: quando un processo fallisce non è perché le persone non si impegnano, ma perché l’informazione non ha un percorso.

Hai raccontato una storia breve, concreta, credibile. Non hai bisogno di metafore. Hai bisogno di sequenza e conseguenza. E soprattutto hai reso facile dire sì, perché hai anticipato i dubbi.

Se vuoi usare la griglia per il personal branding, il meccanismo è identico: non devi esagerare i risultati, devi spiegare la trasformazione. Contesto: dove eri e cosa facevi. Obiettivo: cosa cercavi. Ostacolo: cosa ti limitava. Scelta: cosa hai iniziato a fare diversamente. Esito: cosa è migliorato. Insight: cosa porti oggi come competenza.



Come usare la griglia quando non sai cosa dire

Il punto più delicato è questo: “Ok la struttura, ma io non ho storie”. Quasi sempre significa un’altra cosa: “Non so cosa merita di essere raccontato”. La soluzione è abbassare la soglia. Le storie utili, in contesto professionale, sono spesso piccole: una decisione, un errore, una conversazione, un dubbio risolto, un esperimento andato bene a metà.

Quando non sai cosa dire, parti dal messaggio che vuoi lasciare, non dall’evento. Vuoi comunicare affidabilità, capacità di sintesi, attenzione al cliente, gestione dell’incertezza, visione, pragmatismo. Scegli una sola qualità alla volta. Poi cerca un episodio che la renda visibile.

Se ancora non arriva nulla, usa questa scorciatoia mentale: pensa a una frizione recente. Una frizione è un punto di attrito: qualcosa che ti ha rallentato, confuso, fatto cambiare strada. Le frizioni generano automaticamente storie, perché contengono ostacolo e scelta. Anche una frizione minima basta.

A questo punto usa la griglia come una serie di riempitivi intelligenti. Non devi scrivere “contesto, obiettivo, ostacolo…”, devi solo rispondere con frasi semplici. “Eravamo in questa situazione”. “Volevamo ottenere questo”. “Il problema era questo”. “Abbiamo deciso questo”. “È successo questo”. “Da qui ho capito questo”.

La tentazione, quando ti senti poco creativo, è compensare con dettagli. Troppi dettagli però confondono. Lo storytelling efficace non è ricco, è selettivo. Un buon criterio è tagliare tutto ciò che non cambia la decisione. Se un particolare non modifica l’esito o l’insight, è decorazione.

Un altro errore frequente è voler essere “originali” a tutti i costi. In realtà, ciò che colpisce è la chiarezza della trasformazione. Anche una trasformazione minuscola è sufficiente, se è reale: “prima facevamo così, poi abbiamo capito questo, quindi abbiamo cambiato così”. È una frase banale, ma è una frase che funziona.

Se vuoi una regola veloce per migliorare subito, controlla il tuo finale: l’ultima frase deve essere una lezione concreta o una domanda che apre una scelta. Se finisci con “e niente”, la storia non atterra. Se finisci con “da allora faccio così”, la storia diventa utile.



Allenare lo storytelling senza diventare creativi

Una griglia è potente, ma diventa davvero tua quando la usi spesso. L’obiettivo non è diventare “più creativo”. L’obiettivo è diventare più rapido nel riconoscere una storia dentro ciò che ti accade, e più preciso nel raccontarla.

Per allenarti, pensa allo storytelling come a un muscolo: non cresce con lo sforzo enorme una volta ogni tanto, cresce con la ripetizione leggera. Ti basta una micro-storia al giorno, anche mentale. Un minuto, non di più. “Qual è stata la frizione di oggi?” “Che scelta ho fatto?” “Che cosa ho imparato che posso trasferire?”. Allenare lo storytelling significa allenare l’attenzione.

Qui si incastra perfettamente “Storyworthy” di Matthew Dicks. Il cuore del suo approccio è rendere la vita quotidiana una miniera di materiale narrativo, non perché devi spettacolarizzarla, ma perché impari a notare i momenti che contano. Questo è un punto chiave per chi non si sente creativo: non devi produrre storie dal nulla, devi imparare a riconoscerle.

Un effetto collaterale positivo è che, col tempo, la griglia diventa automatica. Inizi a parlare in modo più lineare, a scrivere con meno giri, a presentare idee in modo più convincente. E quando devi “improvvisare”, scopri che in realtà non stai improvvisando: stai seguendo una sequenza che hai già interiorizzato.

Per rendere l’allenamento sostenibile, evita l’aspettativa di “performance”. Se una storia non è interessante, va bene lo stesso: l’allenamento è nel processo. Se una storia esce piatta, va bene lo stesso: la prossima sarà più chiara perché avrai imparato cosa tagliare. La qualità arriva come conseguenza della quantità, non come prerequisito.

E soprattutto, ricorda la promessa più concreta di questo metodo: anche nelle giornate in cui non ti senti brillante, puoi comunque comunicare bene. Perché non stai contando sull’umore, stai contando sulla struttura.



Raccontare bene è una competenza accessibile

Se ti porti via una sola idea, che sia questa: lo storytelling non è una dote riservata, è un modo di organizzare il pensiero. La griglia ti aiuta a passare dal “non so cosa dire” al “so cosa far capire”. Contesto, obiettivo, ostacolo, scelta, esito, insight: sei blocchi, un binario. Ripetibile. Affidabile.

Quando inizi a usarlo, cambia anche la percezione di te stesso. Non perché diventi improvvisamente creativo, ma perché smetti di giudicarti sulla fantasia e inizi a misurarti sulla chiarezza. E la chiarezza, nel lavoro e nella vita, è una delle forme più rare di valore.

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