Lavoro e Denaro

4min

Come fare onboarding in team da remoto: cosa documentare e cosa fare live

Una mappa pratica delle prime due settimane di un nuovo collega a distanza, dove ogni cosa ha il suo medium

Marco è entrato in azienda un lunedì di gennaio. Ha ricevuto un laptop con corriere il venerdì prima, sessantatré email il primo giorno e l’accesso a una cartella condivisa con quattrocentotredici file PDF, video di onboarding e slide. Quel pomeriggio nessuno lo ha chiamato. Il giorno dopo, idem. Al venerdì della prima settimana ha mandato un messaggio a un amico: “Mi sembra di essere un account, non una persona.”

A tre mesi di distanza ha dato le dimissioni. Il manager si è chiesto cosa fosse andato storto. La risposta è banale e durissima allo stesso tempo. Il vero problema dell’onboarding remoto sta nel confondere ciò che va scritto con ciò che va vissuto. Marco aveva tutta la documentazione, e non aveva nessuno con cui condividerla.


L’errore di trattare il remoto come l’ufficio con Zoom in più

In ufficio una persona nuova impara per osmosi. Vede come si chiude una mail, sente come un collega più esperto reagisce a una richiesta urgente, capta in pausa pranzo che quel cliente è una grana storica. Non lo legge da nessuna parte, lo assorbe.

Da remoto, questa osmosi sparisce. Chi entra non vede, non sente, non capta. Riceve documenti. Il primo errore di chi struttura un onboarding a distanza è pensare che basti aumentare la quantità di documentazione, magari aggiungendo qualche call sparsa, per replicare l’esperienza dell’ufficio. Non funziona così.

Quello che si sta cercando di trasferire al nuovo collega non è una sola conoscenza, sono due. C’è la conoscenza esplicita, fatta di procedure, strumenti, regole, organigrammi, tutto ciò che si può mettere per iscritto e leggere in ordine. E c’è la conoscenza tacita, fatta di “perché qui si fa così”, di regole implicite, di chi conta in una riunione, di come si negozia un ambito di lavoro nuovo con un manager. Quella che si impara guardando.

Spesso si fa l’opposto di quello che andrebbe fatto. Si lascia la conoscenza esplicita all’improvvisazione, con il collega che spiega a voce in fretta in una call di venti minuti, e si lascia quella tacita a niente. Le persone nuove non si formano leggendo, si formano osservando, copiando, sbagliando in presenza di qualcuno che corregge. Da remoto, questo significa progettare l’osservazione, perché in ufficio era gratis e da casa no.



Cosa va scritto, principi prima dei processi

Nel libro L’unica regola è che non ci sono regole Reed Hastings e Erin Meyer raccontano una scena specifica. A Netflix, nel pieno della crescita degli anni Duemila, qualcuno si lamenta che mancano regole chiare sulle spese di rappresentanza. Hastings ne discute con il team. La conclusione è controintuitiva: la policy spese aziendali si riduce a cinque parole, “Agisci nell’interesse di Netflix”. Niente soglie, niente moduli, niente approvazioni.

Sembra una provocazione, ma è un metodo. Il modello che Hastings chiama “context, not control” parte da un’osservazione semplice. Se le persone giuste hanno il contesto giusto, prendono decisioni migliori di qualsiasi regola scritta. Se le persone giuste mancano di contesto, nessuna regola riuscirà a coprire tutti i casi.

Tradotto nel pacchetto onboarding di un nuovo collega remoto, questo cambia la priorità di cosa scrivere. Servono per iscritto tre tipi di contenuti. I principi di decisione, cioè come si valutano i trade-off, qualità contro velocità oppure costo contro esperienza utente. Il razionale delle decisioni storiche, perché si è scelto X invece di Y, perché quel prodotto è stato chiuso, perché si è cambiato fornitore. Gli standard di qualità, cioè cosa si considera “finito” in questo team.

Quello che invece non andrebbe mai scritto come procedura passo-passo è il singolo compito operativo. Documentare ogni cosa nella forma “primo passo, secondo passo, terzo passo” crea dipendenza dalla documentazione e fragilità del sistema. Ogni volta che il processo cambia, e cambierà, la documentazione invecchia. Le persone iniziano a sbagliare perché seguono la versione vecchia.

I principi vanno scritti una volta per tutti, le decisioni vanno spiegate ogni volta che servono.



La mappa delle prime due settimane

Una mappa concreta funziona meglio di una teoria. Ecco come potrebbe distribuirsi un onboarding remoto ben fatto sui primi quattordici giorni di calendario di un nuovo collega.

Giorni uno e due. Tutto ciò che è tecnico va consegnato pronto, dagli accessi alle piattaforme alle credenziali fino all’hardware funzionante. Il manager ha un primo 1:1 di benvenuto, video acceso, senza agenda fitta, dove non si parla di obiettivi ma di come la persona si trova, da dove arriva, cosa le serve per stare bene. Un secondo momento, sempre live, è una mini-presentazione del team registrata in anticipo da ogni componente, un minuto a testa, “chi sono, cosa faccio, su cosa mi puoi chiedere aiuto”, inviata al nuovo arrivato come prima cosa il giorno uno.

Giorni tre e sette. Si introduce la lettura asincrona del pacchetto strategico, dei principi di decisione e del razionale dei progetti in corso. Mai da soli, però. Dopo ogni blocco di lettura, una mezz’ora di Q&A live con un peer scelto come buddy, non con il manager. Il buddy non insegna, risponde a domande, e questo cambia la natura della relazione, perché si crea uno spazio in cui chiedere senza la paura di essere giudicati dal capo.

Giorni otto e quattordici. Il nuovo arrivato prende in mano un primo compito piccolo ma autonomo, con consegna entro venerdì. La sera della consegna si fa una retrospettiva di trenta minuti con il manager, una conversazione tipo “cosa ho imparato, cosa mi è mancato”. Da lì nasce la lista di miglioramenti al pacchetto onboarding per il prossimo nuovo arrivato.

Le prime due settimane decidono se la persona resterà, non il primo mese, non il primo trimestre.



Cosa va vissuto, i segnali di appartenenza non si scaricano in PDF

Nel libro The Culture Code Daniel Coyle racconta una scena alla Pixar che ha qualcosa di banale e qualcosa di rivelatore. Quando un nuovo animatore arriva il primo giorno, il suo box di lavoro è già pronto, ma con una particolarità. Sulla scrivania c’è un oggetto, un giocattolo, un poster, qualcosa che indica che un altro animatore mai conosciuto prima ha pensato a lui. Costa trenta secondi e cinque dollari. Eppure le persone lo ricordano anni dopo.

Coyle chiama questi gesti “belonging cues”, segnali di appartenenza. Sono micro-segnali che dicono a una persona “qui sei al sicuro, qui sei previsto, qui sei voluto”. Da soli non sembrano niente. In aggregato fanno la cultura del team.

Da remoto la geografia del box è sparita, ma il principio si traduce in pratiche specifiche. La prima è la chiamata di benvenuto entro le quarantotto ore, fatta da un peer scelto per affinità di ruolo, livello, città. Il manager arriva dopo. Una mezz’ora informale, senza ordini del giorno. Lo scopo è guardarsi in faccia per la prima volta in modo umano.

La seconda è quello che Coyle chiama “vulnerability loop”. Il manager apre il primo 1:1 mostrando una propria difficoltà attuale, senza chiedere al nuovo di parlare per primo. Aprire per primi sposta la dinamica di potere e dà permesso all’altro di essere imperfetto.

La terza è la conversazione esplicita sullo scopo del team. La domanda concreta è “perché esiste questo team, cosa cambierebbe se non ci fosse”. Una mission aziendale generica letta in slide non sostituisce questa conversazione.

Senza segnali espliciti di appartenenza una persona non si sente parte del team, anche dopo mesi di lavoro condiviso.



Il costo nascosto di un onboarding fatto male

Torniamo a Marco. Quei tre mesi prima delle dimissioni non sono costati al suo manager solo lo stipendio pagato. La voce visibile è quella, attorno ai diecimila euro. Le voci invisibili sono almeno tre, e sono più care.

C’è il costo del nuovo recruiting che si dovrà fare, fra annunci, screening, colloqui, e che si stima fra il 15% e il 25% dello stipendio annuo della posizione. C’è il costo della conoscenza accumulata e poi perduta. Marco ha visto cose, capito dinamiche, fatto domande che ora andranno rifatte da capo da chiunque arrivi al suo posto. E c’è il costo dell’erosione sul team che resta. Vedere un collega entrare con grandi aspettative e uscire deluso dopo dodici settimane è un segnale culturale che gli altri leggono.

Sommando le tre voci, un onboarding mal fatto costa tre o quattro volte lo stipendio iniziale della persona. È un investimento sbagliato camuffato da risparmio.

Il modello operativo che riduce questo rischio è semplice in apparenza, complicato da praticare. La parte documentazione la si scrive una volta, la parte live la si fa una volta per ciascuno. Onboardare bene da remoto non è una funzione delle risorse umane, è una scelta di chi guida il team.

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