Lavoro e Denaro

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Il networking “strategico” può essere tossico: come renderlo umano

Quando coltivare relazioni si riduce a collezionare contatti utili, la rete diventa fragile e chi la costruisce paga un prezzo invisibile

C’è una scena che si ripete più o meno identica in conferenze, eventi di settore, after-work organizzati. Due persone si parlano da qualche minuto, e gli occhi di una scansionano regolarmente la sala alle spalle dell’altra. Cerca qualcuno di più utile, di più rilevante, di più vicino a un’opportunità che le interessa. L’interlocutore se ne accorge, ricambia la moneta, e in pochi minuti entrambi si congedano con un sorriso e una promessa di “ci sentiamo presto” che nessuno onorerà davvero.

Questa è la versione tossica del networking. Si è normalizzata al punto che molti la chiamano semplicemente “essere strategici”, “saper stare nelle relazioni che contano”, “fare professionalmente il proprio interesse”. Il networking ridotto a tecnica ha un costo nascosto, e a pagarlo per primi sono quelli che lo praticano meglio. L’argomento di queste righe è perché quel costo esiste, dove si manifesta e cosa lo sostituisce.


Quando il contatto diventa una funzione

Per capire cosa rende tossica una postura altrimenti banale serve scomporla. Il networking strategico ha tre componenti riconoscibili. C’è la classificazione preventiva delle persone in base alla loro utilità apparente, una griglia che separa chi può aprire porte da chi è meglio congedare in fretta. C’è lo scambio sistematico, in cui ogni gesto di cortesia e ogni follow-up si depositano come unità contabile in un libro mastro informale. E c’è la performance: l’investimento costante nel modo in cui si appare, perché in un mercato di reciprocità appariscenti il valore percepito conta quanto quello reale.

Ognuno di questi tre elementi, preso da solo, ha una sua ragionevolezza. Quando si trasformano le persone in funzioni, anche le relazioni che si credevano genuine cominciano a sapere di scambio. Il problema nasce quando si saldano in una postura permanente e diventano l’unico modo di stare nella vita professionale. A quel punto la rete che si costruisce è coerente con la postura che la genera, una collezione di transazioni sostenuta dall’aspettativa reciproca che ognuno tenga il proprio conto aggiornato.

Chi sta dall’altra parte se ne accorge prima di quanto si pensi. Le persone hanno antenne sensibili per intercettare quando vengono trattate come strumenti, e la difesa più comune è la simmetria: rispondere alla strumentalizzazione con altra strumentalizzazione. Si finisce in conversazioni cortesi in cui tutti calcolano e nessuno si fida.



Quando dare prima di ricevere smette di essere ingenuo

Il rovesciamento più documentato di questa postura viene dalla ricerca di Adam Grant, professore alla Wharton School, sintetizzata in Give and Take. Grant distingue tre stili di reciprocità nelle interazioni professionali. I taker pensano prima di tutto a cosa possono ottenere da una relazione. I giver chiedono prima cosa possono offrire. I matcher, che secondo i dati di Grant sono la maggioranza, cercano un equilibrio costante tra dare e ricevere tenendo una contabilità mentale di crediti e debiti.

L’intuizione controintuitiva è che i giver popolano contemporaneamente il fondo e il vertice della classifica del successo professionale. In fondo ci sono quelli senza confini, che si fanno consumare dalle richieste altrui e finiscono in burnout. In cima ci sono i giver che Grant chiama “otherish”: danno generosamente ma includono sé stessi nell’equazione, scelgono dove dare, non confondono la generosità con l’incapacità di dire di no.

I giver costruiscono reti più solide perché smettono di tenere la contabilità dei favori. Una rete di matcher si tiene insieme finché ogni transazione torna, e si sfilaccia non appena qualcuno percepisce uno squilibrio. Una rete di giver si tiene su un’aspettativa diversa, quella della circolazione lunga, in cui chi riceve oggi contribuisce a qualcun altro domani senza che debba essere lo stesso nodo a chiudere il cerchio. Il punto fragile, che Grant non nasconde, è che il giver ingenuo viene sfruttato dai taker: la soluzione non è smettere di dare ma imparare a riconoscerli, mantenendo la generosità come default e l’asimmetria come eccezione gestita.



Il costo nascosto della performance sociale

Restituiamo il piano dalla mentalità individuale alle sue conseguenze esistenziali. Chi pratica networking strategico in modo continuativo sperimenta una versione del lavoro emotivo descritto dalla sociologa Arlie Hochschild, fatto di monitoraggio costante di sé e calibrazione di ogni gesto. Fatto saltuariamente è normale interazione sociale; fatto come strategia di carriera diventa un secondo lavoro parallelo a quello vero.

Le conseguenze si vedono nel medio periodo, non subito. C’è un’erosione della capacità di stare in una conversazione senza valutarla. C’è la difficoltà a distinguere amici da contatti, perché si è applicata la stessa griglia interpretativa a entrambi. C’è una solitudine che non si spiega facilmente, dato che la rubrica è piena e i feed sono affollati. Una rete vasta non protegge dalla solitudine se è fatta di contatti che non si conoscono davvero. I numeri di LinkedIn danno l’illusione della ricchezza relazionale a chi è semplicemente affollato, e questa illusione differisce nel tempo il momento in cui si scopre che la rete non regge sotto il peso di una difficoltà reale.

C’è anche un effetto reputazionale che vale la pena nominare. Nelle nicchie professionali ristrette le persone parlano, e chi viene percepito come uno che “usa” gli altri si guadagna in pochi anni una reputazione difficilissima da scrostare. La performance sociale che doveva produrre vantaggio competitivo finisce per produrre l’effetto opposto, sotto forma di porte che si chiudono e silenzi che non si capiscono fino in fondo.



Mostrarsi senza armatura come scelta di efficacia

La domanda diventa allora pratica: cosa serve, sul piano personale, per uscire dalla postura strategica senza diventare ingenui. Una risposta lucida arriva dal lavoro di Brené Brown, che ha dedicato vent’anni di ricerca al rapporto tra vulnerabilità, vergogna e connessione, sintetizzato in Osare in grande. La tesi è apparentemente semplice ma controintuitiva nel contesto professionale: la vulnerabilità non è debolezza, è la condizione di accesso alla connessione autentica.

Brown documenta, intervistando migliaia di persone su un arco lungo, che la vulnerabilità viene evitata anche dove sarebbe vantaggiosa, soprattutto sul lavoro, perché viene confusa con il rischio di essere giudicati. Da qui derivano comportamenti familiari a chiunque abbia frequentato ambienti professionali competitivi: si nascondono dubbi per non sembrare incompetenti, si performano sicurezze che non si possiedono, si protegge un’immagine di efficienza al prezzo della relazione reale. Tutto questo costituisce quella che Brown chiama “armatura”, strategie difensive che a parità di sforzo producono lo stesso lavoro ma con la rinuncia alla connessione.

La vulnerabilità è l’unica porta d’accesso a connessioni che reggono il peso del tempo. Nel contesto del networking questo si traduce in scelte minime ma decisive. Dire “non lo so” quando non si sa. Ammettere quando una conversazione ci ha messi in difficoltà. Chiedere aiuto senza coreografarlo come uno scambio bilanciato. Nessuna di queste cose è naturale in contesti che premiano la performance impeccabile, ma ognuna modifica nel tempo il tipo di rete che si finisce per costruire. Persone vulnerabili attraggono persone vulnerabili e respingono predatori: la selezione che ne deriva è quella che si vorrebbe ottenere con il calcolo strategico, senza il costo di mantenere l’armatura.

Brown precisa un punto che riguarda direttamente questa discussione: la vulnerabilità non è autoesposizione indiscriminata, non è raccontare tutto a tutti. Mostrarsi senza armatura significa scegliere con chi e quando, mantenendo il discernimento. È l’equivalente psicologico del giver “otherish” di Grant: apertura con criterio.



Reti che si tengono perché qualcuno ci ha messo presenza

Torniamo alla scena dell’apertura per chiuderla. Le stesse due persone si parlano in una conferenza, e nessuna delle due cerca altrove. Una racconta un dubbio professionale che non aveva ancora messo in parole. L’altra ascolta senza pensare a come usare quell’informazione. Si scambiano i contatti senza aprire un libro mastro. Un anno dopo, una delle due si trova in una difficoltà importante e prende il telefono. L’altra risponde.

Questa è una rete umana, e si misura su quel momento. Una rete umana si misura su chi risponde davvero quando le cose vanno male, non sulla lunghezza di una lista. Non si tratta di abolire il networking, si tratta di smontarne la versione tossica. La rete sana non è meno produttiva di quella strategica, è solo costruita su una valuta diversa, fatta di generosità ragionevole, presenza non strumentale, vulnerabilità selezionata. Tre cose che richiedono pratica, non tecnica.

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