I bias cognitivi che orientano le tue decisioni ogni giorno
Come intercettarli prima che siano loro a decidere al posto tuo
10min
Come intercettarli prima che siano loro a decidere al posto tuo
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Episodi di Allena il tuo pensiero critico
Nella puntata precedente hai scoperto che il tuo cervello lavora in due modalità diverse. Il Sistema 1, veloce e automatico, e il Sistema 2, lento e deliberato. E hai visto come il Sistema 1, pur essendo utilissimo, faccia spesso degli errori senza che tu te ne accorga. Oggi andiamo a vedere nel dettaglio quali sono questi errori. Si chiamano bias cognitivi, e sono schemi di pensiero distorti che influenzano le nostre decisioni in modo sistematico e prevedibile.
La parola bias viene dall'inglese e significa inclinazione, distorsione. E attenzione, perché questo è un punto importante: non si tratta di difetti di intelligenza — ce li abbiamo tutti. Sono meccanismi che il nostro cervello ha sviluppato nel corso dell'evoluzione per risparmiare energia e prendere decisioni veloci. Pensaci un attimo: nella savana, avere un sistema rapido di valutazione del pericolo era letteralmente una questione di vita o di morte. Il problema è che oggi non siamo più nella savana. E al supermercato o in una riunione di lavoro questo sistema che ci ha tenuti in vita per millenni, ecco, ci porta spesso fuori strada.
Il primo e probabilmente il più diffuso si chiama bias di conferma. Funziona in modo molto semplice. Una volta che ci siamo fatti un'opinione su qualcosa, il cervello tende a cercare le informazioni che la confermano e a ignorare tutte quelle che la contraddicono. Non è una scelta consapevole. Succede in automatico, ed è per questo che è così insidioso.
Pensa per esempio a quando ti sei convinto di voler comprare un certo modello di scarpe. Improvvisamente le vedi addosso a chiunque. In realtà, le hanno sempre avute, ma prima non le notavi. Oppure pensa alla politica. Se sei convinto che un certo partito sia incompetente, ogni notizia che lo riguarda diventerà una conferma della tua opinione. Gli stessi dati, letti da due persone con opinioni opposte, portano entrambe a sentirsi confermate. Non è una coincidenza, è solo il bias di conferma al lavoro.
C'è un aspetto del bias di conferma che riguarda anche il modo in cui cerchiamo le informazioni. Quando vogliamo sapere se qualcosa fa bene o male alla salute, tendiamo a cercare ciò che conferma quello che già speriamo sia vero. Se amiamo il caffè, cerchiamo gli studi che ne dimostrano i benefici. Se non ci piace correre, cerchiamo gli studi che dicono che è dannoso per le ginocchia. Il risultato è che passiamo anni a raccogliere prove a sostegno di una posizione già formata, convinti di essere stati rigorosi.
Il secondo si chiama effetto ancoraggio. Quando veniamo esposti a una prima informazione, questa tende a condizionare tutti i giudizi successivi, anche quando non ha nessuna relazione logica con ciò che stiamo valutando. In un famoso esperimento degli anni Settanta, Daniel Kahneman e Amos Tversky chiedevano ai partecipanti di girare una ruota della fortuna truccata, che si fermava sempre su 10 o su 65. Poi chiedevano loro di stimare la percentuale di paesi africani nell'ONU. Chi aveva ottenuto 65 dava risposte sistematicamente più alte di chi aveva ottenuto 10. Un numero del tutto casuale aveva ancorato la loro percezione.
Nella vita di tutti i giorni lo noti per esempio nei prezzi. Quando entri in un negozio e vedi una giacca esposta a 500 euro, e poi ne trovi una accanto a 200, quella seconda ti sembrerà un affare. Anche se 200 euro per una giacca potrebbe non esserlo affatto. Il tuo cervello ha usato il primo prezzo come ancora, e tutto il resto viene valutato in relazione a quello. Lo stesso meccanismo funziona nelle trattative salariali. Chi fa la prima proposta tende ad avere un vantaggio significativo, perché quella cifra diventa il punto di riferimento intorno a cui ruota tutta la negoziazione successiva.
Il terzo bias è l'effetto disponibilità. La nostra mente tende a giudicare quanto sia probabile un evento in base a quanto è facile immaginarlo o ricordarlo. In pratica, se qualcosa è vivido, recente o emotivamente coinvolgente, ci sembra più frequente di quanto non lo sia in realtà. Ti faccio un esempio classico: dopo un servizio televisivo sugli squali, le persone evitano le spiagge. Dopo un incidente aereo finito sui giornali, calano le prenotazioni dei voli. Eppure le statistiche non sono cambiate da un giorno all'altro. A cambiare è stata solo la nostra percezione di un determinato fatto.
La cosa interessante è che lo stesso meccanismo funziona anche al contrario. Rischi reali ma poco mediatizzati, come guidare quando si è troppo stanchi o seguire una dieta sbilanciata per anni, vengono sistematicamente sottovalutati perché non fanno notizia e non sono vividi nella nostra memoria. In fondo, il cervello non è un calcolatore di probabilità. È più un collezionista di storie — e le storie più intense sembrano sempre le più probabili.
Passiamo al quarto bias. Questo è uno di quelli che ci riguarda tutti molto da vicino: ed è l'eccessiva fiducia nelle proprie valutazioni. Gli psicologi lo chiamano overconfidence. Sapevi che il 90% degli automobilisti ritiene di guidare meglio della media? Matematicamente impossibile, giusto? Eppure è un fenomeno documentato in quasi ogni campo, dalla finanza alla medicina, dalla politica all'ingegneria. E qui c'è un dettaglio che vale la pena sottolineare: più una persona conosce poco di un argomento, più tende a sopravvalutare le proprie competenze. Questo effetto ha persino un nome, si chiama effetto Dunning-Kruger, dai due psicologi che lo hanno descritto nel 1999.
Il paradosso è che chi sa davvero tanto di un argomento è quasi sempre più cauto nel pronunciarsi, perché capisce quanto sia complessa la realtà. Chi ne sa poco, invece, non vede nemmeno i problemi che non conosce. Quindi — e questa è una cosa da tenere a mente — la certezza assoluta, in molti campi, è spesso un segnale di inesperienza, non di competenza. Quando senti qualcuno esprimersi con sicurezza granitica su questioni molto complesse, è quasi sempre utile chiedersi: ma quanta esperienza ha davvero in quel campo specifico?
Il quinto bias è il costo irrecuperabile, in inglese sunk cost fallacy. E questo lo riconoscerai subito. Si tratta di continuare a investire in qualcosa anche quando è chiaro che non vale più la pena andare avanti, semplicemente perché ci abbiamo già investito molto. Hai già visto metà di un film noioso al cinema e stai pensando di restare solo perché hai pagato il biglietto? Hai passato tre anni su un progetto che non funziona ma fai fatica a mollarlo? Continui in una relazione che non ti fa stare bene perché hai già investito troppo per andartene? È sempre lui, il sunk cost fallacy.
Il punto è che il tempo o il denaro già spesi non tornano. La domanda razionale quindi non è quanto ho già investito, ma quanto vale la pena andare avanti da qui. Il cervello però fa molta fatica a ragionare in questo modo, perché abbandonare significa ammettere di aver sbagliato — e farlo, diciamolo, è doloroso. Gli economisti parlano di questo come di uno degli errori più costosi che le persone fanno nelle decisioni finanziarie. Ma il meccanismo è esattamente lo stesso in ogni area della vita.
Conoscere i bias non significa esserne immuni. Nemmeno gli esperti lo sono. La differenza, però, è che puoi costruirti delle abitudini per intercettarli. Quando stai prendendo una decisione importante, prova a chiederti: sto cercando conferme o sto cercando la verità? Poi, chiedi a qualcuno di fiducia di fare l'avvocato del diavolo. E soprattutto, diffida delle decisioni che ti sembrano ovvie. Spesso lo sembrano proprio perché il Sistema 1 ha già deciso per te.
Bene, prima di chiudere, facciamo il punto su cosa ti porti a casa da questa lezione. I bias cognitivi sono schemi di errore sistematici, non casuali. Oggi ne hai conosciuti cinque: il bias di conferma, che ci fa cercare solo le prove che confermano ciò che già pensiamo; l'effetto ancoraggio, per cui la prima informazione che riceviamo condiziona tutte le valutazioni successive; l'effetto disponibilità, che ci fa sovrastimare quello che è facile immaginare; l'overconfidence, cioè la tendenza a sopravvalutare le proprie competenze; e la sunk cost fallacy, che ci fa continuare a investire in qualcosa solo perché lo abbiamo già fatto per tanto tempo. Nessuno di questi è un difetto di intelligenza. Sono tutte caratteristiche del cervello umano. E conoscerli è il primo passo per non farsi influenzare da loro senza accorgersene.
Bene, se sei pronto ad andare ancora più in profondità, non perderti la prossima puntata di Allena il tuo pensiero critico, dove parleremo di fallacie logiche. Vedremo quegli argomenti che sembrano convincenti, che senti ogni giorno nei dibattiti, nelle pubblicità e sui social, ma che a un'analisi attenta non reggono affatto.
Alla prossima lezione!