Il pensiero critico al lavoro
Groupthink, bias, capi difficili, feedback efficaci e saper dire di no
11min
Groupthink, bias, capi difficili, feedback efficaci e saper dire di no
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Episodi di Allena il tuo pensiero critico
Nella puntata precedente abbiamo visto come applicare il pensiero critico nelle relazioni personali. Oggi portiamo gli stessi strumenti nel contesto in cui la maggior parte di noi passa più ore della sua giornata: il lavoro. Riunioni, decisioni sotto pressione, capi difficili, feedback, opportunità da valutare. Tutto questo richiede pensiero critico, e quasi nessuno ce lo insegna esplicitamente.
Partiamo da qualcosa che succede ogni giorno in quasi ogni ufficio del mondo. Il capo o il dirigente propone un’idea. Tutti annuiscono. Nessuno solleva dubbi. La riunione finisce in venti minuti con apparente consenso generale. Ma poi, fuori dalla sala, nei corridoi o nella chat riservata tra colleghi, emergono tutte le critiche, le preoccupazioni e le obiezioni che nessuno ha detto ad alta voce. Ti suona familiare?
Questo fenomeno si chiama groupthink, che in italiano si traduce in pensiero di gruppo. Lo psicologo Irving Janis lo ha studiato negli anni settanta analizzando alcune delle decisioni più disastrose della storia recente, tra cui l’invasione della Baia dei Porci. Ne è venuto fuori che il meccanismo alla base è sempre lo stesso. La pressione sociale a conformarsi, il desiderio di non sembrare l’ostacolo, il bias di autorità che porta a dare per scontato che chi ha più potere abbia anche più ragione. Il risultato? I gruppi finiscono per prendere decisioni molto peggiori dei singoli individui che li compongono.
Per questo, la prossima volta che sei in una riunione e senti che tutti stanno concordando troppo facilmente su qualcosa, fermati un attimo e chiediti se non ci siano obiezioni reali che nessuno sta dicendo. Anzi, sai qual è una cosa che funziona bene in questi casi? Dare a qualcuno nel gruppo il compito esplicito di trovare i difetti della proposta. In pratica, fare l'avvocato del diavolo.
Passiamo ora alle decisioni che riguardano la carriera, e che sono tra le più difficili da valutare con chiarezza perché ci coinvolgono in modo diretto. Quando pensiamo di cambiare lavoro, il bias dello status quo di cui abbiamo parlato nella seconda puntata ci tira in una direzione, mentre il bias della novità ci tira nell’altra. Il primo ci dice di restare perché quello che conosciamo sembra più sicuro. Il secondo ci spinge a cambiare perché qualsiasi cosa nuova sembra promettente.
Cosa possiamo fare allora? Una distinzione pratica che aiuta molto in questa situazione è quella tra insoddisfazione temporanea e problemi strutturali. L’insoddisfazione temporanea nasce da un periodo di stress, per esempio a causa di un progetto difficile o di una tensione con un collega. I problemi strutturali invece riguardano valori, cultura aziendale,e traiettoria di crescita. Se il problema è che il tuo ruolo non ti permette di imparare ciò che ti serve per i prossimi cinque anni, quel problema non si risolve aspettando. Invece, se il problema riguarda la pesantezza di questo trimestre.. beh forse vale la pena aspettare un attimo prima di cambiare.
La regola del 10-10-10 che abbiamo visto nella quinta puntata qui si applica perfettamente. Pensa a come valuteresti questa situazione lavorativa tra dieci minuti, quando sei nel pieno dello stress. E poi tra dieci mesi, quando forse quel periodo difficile sarà passato. E tra dieci anni, guardando indietro alla carriera che hai costruito, cosa vedi? Questa proiezione temporale aiuta a separare le emozioni del momento da una valutazione strategica.
Parliamo adesso di un tema che spesso viene evitato nelle conversazioni sul lavoro: la politica d'ufficio. Molte persone hanno un rapporto complicato con questo concetto. O lo ignorano del tutto, fingendo che non esista, o lo vivono come qualcosa a cui non vogliono partecipare. Il pensiero critico suggerisce un approccio diverso. Per prima cosa, devi capire chi prende davvero le decisioni, perché non sempre lo fa chi ha il titolo più alto. Poi, documenta i tuoi successi, perché se nessuno sa cosa hai fatto, è come se non l'avessi fatto. E, infine, costruisci alleanze basate su interessi condivisi, non su dinamiche di fazione. Nessuna di queste cose richiede di rinunciare alla propria integrità. Si tratta semplicemente di vedere il contesto per quello che è.
Passiamo ora a una situazione molto comune, ovvero avere un capo difficile. Vediamo i diversi tipi e qual è l'approccio migliore. Il micromanager controlla ogni dettaglio e fatica a delegare. La strategia più efficace in questo caso è comunicare in modo proattivo prima che lo faccia lui. Aggiornamenti frequenti e dettagliati riducono la sua ansia senza che tu debba aspettare di essere controllato.
Il capo visionario ma caotico ha idee brillanti che cambiano continuamente e lascia la squadra disorientata. Con questo tipo di capo, documentare per iscritto ogni accordo raggiunto è fondamentale. Farlo permette di creare un punto condiviso nella conversazione successiva. C’è poi il capo assente che non dà direttive chiare e non è mai disponibile. Con lui conviene creare autonomamente la struttura di cui hai bisogno, presentando le decisioni come fatti compiuti invece di aspettare un’approvazione che non arriverà mai.
Il tipo forse più insidioso è quel capo che si prende il merito del lavoro degli altri. In questo caso la risposta corretta non è lo scontro diretto, ma assicurarsi che la propria visibilità venga costruita in parallelo. Come? Per esempio mettendo in copia le persone giuste nelle comunicazioni chiave o presentando il proprio lavoro nelle sedi appropriate.
E ora parliamo di feedback, perché è un tema molto importante sul lavoro. Ti faccio subito un esempio. Immagina di dire a un collega: “sei sempre disorganizzato”. Messo così, questo feedback sembra più un giudizio sulla persona che su un comportamento. E la conseguenza più ovvia è che il tuo collega si metta sulla difensiva, chiudendo la conversazione. Prova invece a dirgli: “nella riunione di ieri, quando hai presentato il report senza i dati concordati, il cliente ha perso fiducia nel progetto”. Senti la differenza? In questo secondo caso stai descrivendo un fatto specifico e le sue conseguenze. Questo approccio si chiama SBI, che sta per Situazione, Comportamento, Impatto ed è molto usato nelle organizzazioni con una cultura aziendale attenta al benessere delle proprie persone.
Anche ricevere feedback è difficile, e forse più. Questo perché il Sistema 1 si attiva immediatamente in modalità difesa. La tentazione di interrompere, di giustificarsi, di spiegare perché il valutatore ha torto è molto forte. Il pensiero critico richiede di resistere a questo impulso, di ascoltare fino in fondo, e poi, prima di rispondere, chiedere: puoi farmi un esempio specifico? Questa domanda trasforma un feedback vago e difficile da usare in qualcosa di concreto su cui puoi lavorare realmente.
E ora un’ultima riflessione sulle opportunità di carriera. Non tutte le opportunità che sembrano tali lo sono davvero. Alcune sono solo brillanti distrazioni, come un progetto che dà visibilità ma che è irrilevante per i tuoi obiettivi. Oppure una promozione ma senza una reale crescita delle tue competenze. E ancora: un’iniziativa trasversale che ti toglie tempo dal lavoro che per te conta davvero.
Per distinguere queste false opportunità ti vengono in aiuto queste tre domande pratiche: questa opportunità mi avvicina ai miei obiettivi di lungo periodo, o è solo interessante nell’immediato? Le competenze che svilupperò sono trasferibili anche in altri contesti, o sono specifiche di questa sola situazione? Chi avrà visibilità del mio lavoro, e quel pubblico è rilevante per la mia traiettoria?
Vale infine la pena di parlare di come si dice no al lavoro. Dire sì a tutto sembra produttivo ma è spesso controproducente perché distribuisce l’attenzione su troppe cose e riduce la qualità su quelle che contano davvero. La matrice sviluppata da Dwight Eisenhower, che divide i compiti tra urgenti e importanti, aiuta a fare questa distinzione in modo sistematico. Ciò che è urgente e importante va fatto subito. Ciò che è importante ma non urgente va pianificato. Ciò che è urgente ma non importante può essere delegato o rimandato. Ciò che non è né l’uno né l’altro va eliminato. Detto questo c’è però un problema pratico. Colleghi e superiori spesso presentano le proprie priorità urgenti come se fossero anche le tue priorità importanti. Imparare a negoziare le priorità, offrendo alternative invece di rifiutare a freddo, è una competenza che si costruisce nel tempo ma che fa una differenza enorme nella qualità del lavoro e nella sostenibilità dell'energia nel lungo periodo.
Bene, ecco cosa ti porti a casa da questa lezione. Il pensiero critico applicato al lavoro serve per vedere le situazioni per quello che sono davvero, non per quello che sembrano in superficie. Che si tratti di una riunione dove tutti annuiscono senza pensarci, di una decisione di carriera presa sull'onda dell'emozione, di un capo difficile o di un feedback dato male. Ed è una competenza che puoi allenare ogni giorno, a partire già da oggi.
Nella prossima lezione parleremo di qualcosa di ancora più difficile: cambiare opinione. Quando è un segno di intelligenza e quando è debolezza? Come fai a riconoscere il momento in cui hai torto? E perché le persone più competenti cambiano idea più spesso, non meno?
Alla prossima lezione!