Il pensiero critico nelle relazioni
Ascolto attivo, principio di carità e... niente "te l'avevo detto"
11min
Ascolto attivo, principio di carità e... niente "te l'avevo detto"
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Episodi di Allena il tuo pensiero critico
Nelle puntate precedenti hai imparato a leggere i numeri, a riconoscere le fallacie logiche, a valutare le fonti. Tutti strumenti utilissimi quando si tratta di informazioni esterne. Ma c'è un contesto in cui il pensiero critico è altrettanto necessario, ma molto meno usato. Si tratta delle relazioni, nelle conversazioni con il partner, con i colleghi, gli amici, e i familiari. In tutti questi momenti le emozioni sono alte, il tempo è poco, e il Sistema 1 tende a prendere il sopravvento.
Il problema è che nelle conversazioni personali non stiamo valutando dati astratti. Stiamo parlando con persone a cui teniamo, o con cui dobbiamo lavorare ogni giorno. E questo rende tutto più difficile. Reagiamo invece di pensare. Interrompiamo invece di ascoltare. Difendiamo la nostra posizione invece di capire quella dell’altro. E alla fine, anche quando abbiamo ragione sul contenuto, spesso perdiamo sul piano della relazione.
Partiamo da un concetto che sembra ovvio ma non lo è. Avere ragione non basta. Anzi, in certi casi avere ragione e comunicarlo male è peggio che avere torto e saperlo ammettere.
Pensa a questa situazione, ti sarà capitata sicuramente. Il partner fa una scelta che ti sembra rischiosa e… beh alla fine le cose vanno realmente male, esattamente come avevi previsto. E così ti viene spontaneo dirgli “te l’avevo detto”. Certo, tecnicamente hai ragione. Ma cosa ottieni? L’altro si sente attaccato, si chiude, e si mette sulla difensiva e la relazione peggiora. Avevi ragione sul contenuto, ma hai sbagliato la forma. E nelle relazioni, la forma conta quanto il contenuto, …e a volte anche un pochino di più.
La stessa dinamica si ripete al lavoro. Un collega propone un’idea che sai essere sbagliata. Allora gli dici che questa cosa non funzionerà mai. E magari hai ragione. Ma il tuo collega si sentirà umiliato, gli altri in sala ti percepiranno come arrogante, e la prossima volta nessuno condividerà con te le sue idee. Abbiamo visto come a volte il prezzo dell’aver ragione può essere molto caro, sul piano relazionale.
Per applicare il pensiero critico alle relazioni bisogna fermarsi un momento prima di rispondere e chiedersi una cosa sola. Qual è il mio obiettivo in questo momento? Voglio avere ragione o voglio risolvere il problema? Voglio vincere la discussione o preservare la relazione? Spesso non puoi avere entrambe le cose e scegliere consapevolmente fa già parte del mettere in campo il pensiero critico.
Passiamo adesso a un esempio pratico. Quando discutiamo, raramente ascoltiamo davvero. Mentre l’altro parla, stiamo già costruendo la nostra risposta. Lo psicologo Carl Rogers ha descritto questo fenomeno già negli anni cinquanta, e le ricerche degli ultimi decenni non hanno fatto che confermarlo. La qualità dell’ascolto è il predittore più affidabile della qualità di una relazione, sia personale che professionale.
L’ascolto attivo è una tecnica semplice da descrivere e difficile da praticare, specialmente quando non si è d’accordo. Si compone di tre elementi. Il primo è non interrompere. Sembra banale, ma è uno dei comportamenti più difficili da mantenere quando senti che stai per essere accusato di qualcosa o quando l’altro dice qualcosa di sbagliato. Questo perché il Sistema 1 vuole correggere subito e per resistere a questo impulso.. beh si deve usare il pensiero critico.
Il secondo elemento è parafrasare. Prima di rispondere, prova a riassumere con parole tue all’altra persona quanto ti ha detto. Per esempio, prova a dire “Se ho capito bene, tu pensi che…” Farlo permette di confermare che hai capito davvero e, contemporaneamente, mostra all'altro che lo stai ascoltando. Uno studio del 2012 condotto da Seehausen e colleghi alla Freie Universität di Berlino ha mostrato che quando una persona viene ascoltata e parafrasata durante un conflitto, le emozioni negative si attenuano in modo misurabile, anche dal punto di vista fisiologico.
Il terzo elemento è sostituire le affermazioni con delle domande. Invece di dire “hai torto perché….”, prova a chiedere “come sei arrivato a questa conclusione?” E ancora, invece di “non è così”, prova con “che cosa intendi esattamente?” Riesci a vedere la differenza?Le domande aprono il dialogo mentre le affermazioni lo chiudono. In più, facendo domande, puoi anche scoprire che l’altro ha ragioni che non avevi considerato, o che il disaccordo è molto meno profondo di quanto sembrava.
Ricordi la fallacia ad hominem dalla puntata sulle fallacie logiche? Attaccare la persona invece dell’argomento. Nelle relazioni è una delle trappole più frequenti e più dannose. Sei sempre in ritardo, sei una persona inaffidabile. Sei egoista come al solito. Non cambi mai. In tutti questi casi si sta attaccando l’identità dell’altro, non il comportamento specifico. E quando qualcuno si sente attaccato nella propria identità, la reazione è la difesa. Non il cambiamento.
Per questo bisogna concentrarsi sul comportamento, non sulla persona. Per esempio “Quando arrivi in ritardo, mi sento come se il mio tempo non contasse”. “Quando fai questa cosa, mi fa sentire…” Stessa osservazione, ma con un approccio completamente diverso. Il primo attacca chi sei, il secondo descrive l’impatto di ciò che fai. Uno crea tensione e necessità di difendersi, l’altro apre la possibilità di un cambiamento reale.
C’è poi un principio che in filosofia viene chiamato principio di carità, e che nelle relazioni è uno degli strumenti più utili che esistano. Questo principio dice di interpretare quello che l’altro dice nel modo più ragionevole possibile, non in quello peggiore. In pratica è l’opposto del bias di conferma applicato alle conversazioni.
Seguimi in questo esempio pratico. Il tuo partner ti dice “sei sempre al telefono…”. L’interpretazione peggiore è quello di sentirsi accusati di non rispettare l’altra persona. L’interpretazione caritatevole, invece, è pensare che probabilmente quando uso il telefono il mio partner si sente trascurato e che vorrebbe più connessione.
Nelle comunicazioni scritte, come lo sono i messaggi, le email, o le chat, questo principio è ancora più importante. Senza la possibilità di usare il tono di voce e il linguaggio del corpo, è facilissimo fraintendere il significato di una frase. Per questo, prima di rispondere a qualcosa che ti ha fatto innervosire, chiediti se esiste una lettura ragionevole di questo messaggio che non sia quella che mi fa arrabbiare? Di solito esiste. E di solito è la più probabile.
Uno degli aspetti più difficili delle relazioni è ammettere di avere sbagliato. La nostra cultura premia la coerenza e punisce il ripensamento. Chi cambia idea viene spesso accusato di essere incoerente o di cedere alla pressione. Ma come abbiamo visto nella puntata sui bias, questo è esattamente il tipo di ragionamento che porta alle decisioni peggiori.
Nelle relazioni, la capacità di ammettere un errore è uno dei segnali più forti di maturità emotiva. Dire “Hai ragione, non avevo considerato questo aspetto”. “Mi sbagliavo”. “Capisco perché ti sei sentito così”, dimostrano che la relazione conta più dell’ego. E di solito aprono anche spazio a una risposta simile dall’altro lato.
C’è però una cosa da evitare quando l’altro cambia idea e dà ragione a te. Non dire te l’avevo detto. In quel momento la tentazione è forte, ma dire quella frase vanifica tutto. L’altro ha fatto uno sforzo reale nell’ammettere di essersi sbagliato. Ricordarglielo con soddisfazione è un attacco alla sua identità.
Un altro strumento concreto da usare è distinguere tra fatti e sentimenti. Sei sempre in ritardo è un’affermazione che si percepisce come un attacco. Invece, dire “In questi ultimi tre mesi sei arrivato in ritardo quattro volte su cinque ai nostri appuntamenti, e mi fa sentire come se non fossi una priorità per te” mette in campo un fatto concreto e verificabile. Il sentimento è comunicato, non usato come arma. E lascia spazio a una risposta costruttiva.
Infine, quando senti che una conversazione sta degenerando, che le emozioni stanno salendo e che stai per dire qualcosa che potrebbe fare danno, fermati. Dì all’altro “ho bisogno di qualche minuto, poi torniamo su questo argomento”. I ricercatori John e Julie Gottman, che per decenni hanno studiato le relazioni di coppia, hanno documentato che fermare una conversazione prima che raggiunga il punto di non ritorno è una delle competenze più predittive di una relazione sana e duratura.
Bene, ecco cosa ti porti a casa dalla lezione di oggi. Il pensiero critico nelle relazioni si usa per migliorare la qualità delle conversazioni. Prima di rispondere, chiediti qual è il tuo vero obiettivo in quel momento. Pratica l’ascolto attivo senza interrompere, usa l’arte di parafrasare, e sostituisci le affermazioni con domande. Critica il comportamento, non la persona. Interpreta quello che l’altro dice nel modo più ragionevole possibile. Ammetti gli errori quando li fai, e non sottolineare quelli degli altri quando a loro volta li ammettono. Distingui i fatti dai sentimenti. E impara a fermare una conversazione prima che sfugga di mano.
Nessuno di queste cose è facile da fare. Serve molta pratica, soprattutto quando ci sono in gioco emozioni. Ma ogni volta che ci provi, stai allenando il tuo pensiero critico e vedrai che con il tempo ti verrà sempre più naturale comportarti così.
Nella prossima lezione di Allena il Tuo Pensiero Critico, porteremo tutto questo nel contesto professionale. Vedremo infatti come usare il pensiero critico al lavoro, per prendere decisioni migliori, gestire le dinamiche di gruppo, e navigare situazioni complesse senza perdere di vista ciò che conta davvero.
Alla prossima lezione!