Non serve essere un profiler per capire se mente
È la coerenza tra dentro e fuori a rendere autentico il dialogo
12min
È la coerenza tra dentro e fuori a rendere autentico il dialogo
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Episodi di Oltre le parole
Ti è mai successo di guardare qualcuno negli occhi e pensare c'è qualcosa che non mi torna? Magari le parole erano perfette, ma il tono, lo sguardo, la sua faccia ti hanno fatto intuire che qualcosa proprio non quadrava. Nella lezione precedente abbiamo parlato di come le emozioni prendano diverse forme nel nostro corpo. Oggi ci addentriamo in un tema che incuriosisce moltissimo, ma che spesso viene frainteso e purtroppo usato a sproposito. Le microespressioni e la menzogna. Ma cosa sono davvero le microespressioni facciali? Ed è possibile davvero riconoscere se qualcuno mente solo dal suo linguaggio del corpo? Ora lo vediamo. Negli anni 60 lo psicologo Paul Ekman, insieme a Wallace Friesen, iniziò a studiare il volto come mappa universale delle emozioni. Stava iniziando a costruire quello che poi sarebbe diventato il suo Facial Action Coding System (FACS). Durante una seduta di supervisione clinica Ekman stava osservando, tramite registrazioni video, una paziente depressa che diceva di sentirsi molto meglio e di non avere più pensieri suicidiali. Guardando il filmato al rallentatore, Ekman notò per un brevissimo istante, proprio pochi millisecondi, un'espressione di disperazione intensa che attraversava il suo volto. Lui stesso racconta di aver avuto la sensazione che quella microespressione smentisse le parole della paziente. Poco dopo, secondo il suo racconto, la donna si tolse la vita. Quell'episodio fu per lui uno shock professionale ed emotivo. Lo spinse a studiare sistematicamente le espressioni involontarie per capire come le emozioni autentiche possano emergere per un attimo anche quando vengono represse o mascherate. E nacque così, proprio da questo evento, il concetto di microespressione, come breve contrazione muscolare involontaria, della durata inferiore al mezzo secondo, che rivelava l'emozione autentica prima che il volto sociale la coprisse. Una microespressione si chiama micro non perché è piccola, ma perché dura pochissimo, anche solo un venticinquesimo di secondo, troppo poco per essere controllata consapevolmente, ma abbastanza per essere percepita dal cervello di chi osserva anche in modo inconscio. Le microespressioni principali corrispondono alle sette emozioni di base individuate da Ekman e Friesen, ovvero gioia, sorpresa, tristezza, rabbia, paura, disgusto e disprezzo. Ogni emozione è attiva a pattern muscolari specifici, misurabili con il Facial Action Coding System, ma, e qui è importante, le microespressioni non sono prove di menzogna, sono, semplicemente, segnali di una certa emozione. Quindi, il fatto che una persona provi paura o disagio non significa necessariamente che stia mentendo. In poche parole, un indizio non è una prova. Oggi, però, sappiamo che non è così semplice. Purtroppo, no.
Le espressioni non sono codici fissi, ma reazioni integrate che nascono proprio dal corpo, dal cervello, dal contesto e dalla relazione in cui ci troviamo. Tutto è integrato, quindi non è il volto a tradire ciò che sentiamo, è il corpo che risuona, che tenta di mantenere coerenza tra ciò che viviamo dentro e ciò che mostriamo fuori. In fondo, il corpo parla prima della nostra mente, e non per rivelare un segreto, ma per ricordarci che sentire è un atto immediato, vivo e, soprattutto, condiviso. Dire la verità o mentire non è un atto solo cognitivo, ma profondamente emotivo e relazionale. Quindi, menzogne e verità sono una questione di contesto. Infatti, quando mentiamo, il corpo spesso mostra diversi segni di attivazione. Respiro più rapido, rigidità muscolare, voce alterata, gesti più controllati. Non perché il corpo ci stia tradendo in qualche modo, ma perché mentire genera di solito una sorta di disallineamento tra ciò che si sente e ciò che si comunica. È un carico cognitivo decisamente importante. E poi ci sono quelli che, ah, no, ma io non mi faccio beccare, mi so controllare, ed è proprio loro, è proprio a loro, che spiegherei questo concetto di carico cognitivo. Il carico cognitivo è la quantità di lavoro mentale che il cervello deve fare in un certo momento. Quindi, ogni volta che pensiamo, ricordiamo, immaginiamo, parliamo, usiamo risorse cognitive. Più il compito è complesso, chiaramente, più carico cognitivo servirà. Quindi, dire una bugia aumenta il carico cognitivo, perché la mente deve fare più operazioni contemporaneamente. Andiamo a vedere quali. Uno, inventare o modificare una storia coerente, che poi, insomma, anche qua, vabbè. Due, ricordare la versione reale per non contraddirsi. Eh, ricordarla anche nel tempo, non è semplice. Tre, controllare il linguaggio del corpo e la voce per sembrare credibili. Questa è la più difficile. Quattro, monitorare la relazione dell'altro, tipo, mi sta credendo. Quindi, verificare che l'altro, insomma, in qualche modo, stia credendo a ciò che diciamo. In pratica, mentre chi dice la verità deve solo ricordare, chi mente deve anche costruire e gestire la menzogna. Ad esempio, se ti chiedo cosa hai mangiato ieri a pranzo, tu lo ricordi subito, senza sforzo. Ma, se decidi di mentire, devi inventare un piatto, ricordarti chi te l'ha fatto, ricordarti di mantenerlo coerente in futuro e controllare pure l'espressione del tuo corpo. Tutto questo aumenta il carico cognitivo, il cervello lavora di più e spesso si tradisce con piccoli segnali. Pause più lunghe, dettagli incoerenti, eccetera. Più la menzogna è complessa o sostenuta nel tempo, più risorse mentali consumerà e più diventerà difficile mantenerla senza errori. Ora, è importante rimarcare che non esiste un singolo comportamento che indichi la menzogna in modo affidabile.
Le persone mentono in modi diversi e per gli svariati motivi. Alcune diventano più agitate, altre più calme, altre ancora distaccate. E spesso i segni che interpretiamo come bugia, come distogliere lo sguardo o toccarsi il viso, sono semplicemente strategie di regolazione emotiva. Pensa ad un colloquio di lavoro. Il candidato può essere sincero, però molto agitato anche, e quindi evita il contatto visivo, parla in fretta o si contraddice spesso. Per questo, ma non perché stia mentendo. Oppure, pensa a una discussione di coppia. Esiste il falso mito che dice se non ti guarda negli occhi allora sta mentendo, ma assolutamente no. Anzi, vi dico una cosa, molto spesso chi vi mente vi guarda proprio dritto negli occhi o comunque sul vostro viso. Perché? Perché controlla che voi gli stiate credendo. E poi, succede a tutti di mentire, anche in buona fede. A volte mentiamo per proteggere qualcuno, per evitare un conflitto o per non mostrare fragilità. Nulla è del tutto cattivo o del tutto buono al mondo. C'è un motivo profondo, però, perché siamo così attratti dall'idea di leggere gli altri. E capire chi mente ci affascina tanto. Nel nostro cervello, la amigdala e le aree limbiche sono costantemente impegnate a valutare se l'altro è affidabile oppure minaccioso. È un meccanismo evolutivo di sopravvivenza. Però la verità è che siamo pessimi bugiardi e pessimi rilevatori di menzogne. Gli studi mostrano che, in media, le persone indovinano se qualcuno mente solo nel 54% dei casi. Anche i professionisti dell'osservazione, vi assicuro, come poliziotti o agenti, se non addestrati con protocolli specifici, non sono molto più accurati. L'unica cosa che migliora davvero la nostra capacità di capire gli altri è l'ascolto empatico e la conoscenza del contesto. Più conosci una persona, più riesci a notare i suoi cambiamenti sottili, ma non tanto perché leggi il suo corpo, ma perché la riconosci.
Il punto, quindi, non è scoprire chi mente, ma riconoscere la coerenza in chi abbiamo davanti. Quindi, la vera chiave è l'autenticità e la congruenza. La congruenza è l'allineamento tra parole, tono, corpo e intenzione. Quando c'è, percepiamo autenticità. Quando manca, percepiamo un po' come una melodia stonata. Immagina di uscire con una persona a cena ad un primo appuntamento e, finita la serata, ti dice sono stato proprio bene con te stasera. Con un tono di voce piatto e lento, una micro espressione facciale di disprezzo nascosta da un sorriso a metà, mentre nel frattempo ti appoggia una mano sulla spalla, beh, sicuramente c'è qualcosa che non va. Come tutti gli strumenti, il linguaggio del corpo e tutti questi studi vanno usati con intelligenza e la coerenza tra canali è ciò che costruisce fiducia. Ricordiamoci anche che spesso si dice che il corpo tradisce chi mente o chi vuole nascondere qualcosa. Però non pensate subito male. Magari lo fa anche per imbarazzo. Il corpo semplicemente va a esprimere. Il termine tradisce, suggerisce inganno o colpa, ma il corpo non ha intenzioni morali. Mostra semplicemente lo stato interno reale, anche quando questo non coincide con quello che vogliamo mostrare. Faccio un esempio quotidiano. Hai mai detto sto bene, mentre dentro sentivi un groviglio di ansia? Il sorriso c'era, ma le spalle erano rigide, il respiro porto, la voce trattenuta. Il corpo non ti ha tradito in questo caso. Ha raccontato una parte di te che aveva bisogno di essere ascoltata. In psicologia, questa incongruenza tra stato interno e comportamento esterno si chiama dissonanza emotiva. Se diventa cronica, ad esempio quando lungo reprimiamo ciò che sentiamo per stare bene con tutti, può portare a esaurimento, stress e perdita di autenticità. Essere autentici non significa dire tutto, sempre. Significa non disconnettersi da ciò che si prova, anche quando si sceglie di non mostrarlo completamente. Bene, a questo punto, come riconosciamo l'autenticità negli altri? Secondo la psicologa Leanne ten Brinke, i segnali di autenticità non sono singoli gesti, ma pattern coerenti di comportamento. Le persone autentiche tendono a avere un'espressione facciale congruente con le parole e con le emozioni, mostrare variazioni naturali nel tono e nel ritmo della voce, ammettere incertezze o limiti, tipo non so, ci sto pensando, mantenere un contatto visivo flessibile, quindi non fisso e neanche troppo vago, adattarsi al contesto, ma senza perdere smontanità. Quindi l'autenticità in fondo si percepisce più che si analizza. Bene, abbiamo esplorato il mondo delle microespressioni, delle bugie e dell'autenticità. Abbiamo visto che non esistono codici segreti per scoprire le menzogne, ma che il corpo parla attraverso la coerenza, la presenza e le intenzioni. Il corpo comunica e più impariamo ad ascoltarlo, in noi e negli altri, più le relazioni diventano chiare, empatiche e vere. Nella prossima lezione parleremo di un altro modo in cui il corpo esprime ciò che la mente non riesce a dire, i body focused behaviors, quei piccoli gesti ripetitivi, come toccarsi i capelli, mordicchiarsi le labbra, tamburellare con le dita ripetutamente, che a volte raccontano stress, tensione o bisogno di autoregolazione.
Ma prima ecco l'esercizio per te. Questo lo puoi fare per allenarti un po'. Vai davanti allo specchio e inizia a mimare più volte le microespressioni facciali di rabbia, tristezza, sorpresa, paura, felicità, disgusto e disprezzo. Scrivitela da qualche parte, chiaramente. Prova a mimarle così come ti vengono, naturali, e prenditi del tempo per osservarti in posa espressiva. Dopodiché, cerca su Google le foto di ogni singola emozione espressa sul viso, scrivendo ad esempio microespressioni a facciole e rabbia, e trova somiglianze e differenze rispetto come le mimavi tu. Questo è un esercizio che ti aiuterà non solo ad avere più consapevolezza di come esprimi le emozioni, ma anche di cosa più precisamente osservare sul volto degli altri. Io sono Olga Armento e questo è Oltre le parole. Alla prossima lezione, che sono sicura vi stupirà.