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Smart working e stress: impariamo a non farci sommergere

Gestire se stessi per massimizzare i benefici del lavoro agile

La commistione tra vita privata e tempo dedicato al lavoro è uno dei primi problemi che affliggono gli smart worker, che tante volte si ritrovano a pensare che questo non sia proprio un modo intelligente di lavorare, fino a subire un vero e proprio stress quotidiano che inficia il nostro umore ma anche la capacità produttiva. Cosa possiamo fare per risolvere questa situazione o, almeno, arginarla? Seguici nel post, abbiamo qualche suggerimento.

Smart working e stress: impariamo a non farci sommergere

Tanti suggerimenti utili per:

  • Trovare il giusto approccio al lavoro da remoto
  • Gestire lo stress correlato allo smart working
  • Affrontare nuove situazioni lavorative con serenità

Le idee chiave di "Smart working e stress: impariamo a non farci sommergere"

01.
Lavoro agile o smart working, ma è un modo di lavorare davvero intelligente?
02.
Se lo vogliamo, lo stress può diventare un punto di forza
03.
Se lo stress non è momentaneo, utilizzalo come strumento per migliorare la tua vita
 

Lavoro agile o smart working, ma è un modo di lavorare davvero intelligente?

Il lavoro agile – come viene definito dalla legge 81/2017 – è una modalità di lavoro che è regolamentata fin nei dettagli (sia per ciò che riguarda la durata dell’orario giornaliero, sia per ciò che riguarda gli obiettivi da raggiungere), ma certamente è stata stravolta nei mesi di lockdown.

Lo smart working, per tantissimi di noi, ha rappresentato una vera e propria ancora di salvezza in quest’ultimo periodo. Non solo per il semplice fatto che non ci siamo dovuti recare in ufficio – con tutto il risparmio di tempo e nervoso – ma anche perché abbiamo potuto assaporare un po’ di libertà nella gestione dei nostri compiti, lavorando in un modo totalmente diverso dal solito.

Certo, non è tutto rose e fiori lavorare in smart working: il tempo si è dilatato e, senza nemmeno accorgercene, ci siamo ritrovati a lavorare più del solito, con chiamate e e-mail a qualsiasi ora senza troppo rispetto per il tempo libero.

Purtroppo, infatti, lo smart working è diventato la versione peggiore di sé stesso, con video conferenze infinite e stancanti, reperibilità costante, incapacità di gestire la sfera privata separandola da quella professionale; ancora peggio è andata quando abbiamo recuperato un certo margine di mobilità, con genitori lasciati a casa a gestire i figli come se smart working fosse sinonimo di baby sitting.

La pressione psicologica e lo stress correlato a questo tipo di lavoro sono schizzati alle stelle: da un lato ci si sentiva grati di aver conservato il proprio posto di lavoro e quindi spinti a fare sempre quel passo in più, anche per distrarsi se vogliamo; dall’altro c’era l’idea brandita dai capi come un’arma che, in fondo, non c’era di meglio da fare né luoghi in cui andare, quindi era giusto o almeno accettabile la spinta a un lavoro e una disponibilità maggiore.

La realtà è che questo approccio allo smart working – ma al modo in cui si lavora in generale oggi – porta invariabilmente alla competizione interna, spingendo tutti a dare di più con lo spauracchio di altri colleghi più attivi, più veloci, più dediti al lavoro, più «tutto» e, di conseguenza, un forte stress per chi deve gestire anche la situazione a casa: non si tratta banalmente di conservare il posto di lavoro, ma della passione per ciò che facciamo, delle nostre aspettative sempre più alte di crescita e successo.

Se vogliamo continuare a lavorare da remoto e renderlo veramente lavoro agile e profittevole sia per i nostri capi che per noi, dobbiamo fermare questa spirale di aspettative creandoci una nostra definizione di successo, che sia in linea con i nostri valori e i nostri desideri. Certo, questo non può prescindere dalla legislazione che è anzi un fattore fondamentale, ma dobbiamo allontanare il pensiero che per avere successo sul lavoro dobbiamo essere disponibili H/24 e rispondere a ogni whatsapp o chiamata del capo, ricordando – quando serve – ai colleghi che un atteggiamento del genere danneggia tutti.

Se lo vogliamo, lo stress può diventare un punto di forza

Molto importante è conoscere il nemico per combatterlo: in questo caso lo stress e il motivo che lo scatena, che gli dà forza e presa su di noi, sono profondamente collegati perché si tratta di qualcosa che ci è caro, che dà valore alle nostre vite e ci gratifica.

Ciò che dobbiamo fare è cambiare la prospettiva da cui guardiamo lo stress: se lo consideriamo semplicemente nocivo, tenderemo a cercare di evitarlo e così le situazioni che lo creano, ma questo non è possibile dato che si tratta del nostro lavoro; se, al contrario, se consideriamo lo stress come un elemento positivo, allora pian piano potremo diventare più sicuri delle nostre capacità di affrontare le sfide.

Questa inversione di prospettiva è ciò che insegna Kelly McGonigal, psicologa della salute nonché insegnante a Stanford, ne Il Lato Positivo dello Stress che spiega: «Prima di tutto si deve riconoscere lo stress quando agisce e l’effetto che ha su di noi, in seguito lo si deve accogliere come la risposta a qualcosa che è importante per noi, infine bisogna utilizzare l’energia dello stress invece di sprecarla per evitarlo o gestirlo. In questo modo non è la situazione stressante a cambiare, ma la visione che si ha di essa e dello stress.»

Continuando nella lettura del suo testo, capiamo anche che «Esistono diversi tipi di stress e ognuno di essi influenza parti diverse del corpo e ha risposte diverse: lo stress ci rende estremamente concentrati; ci può spingere a entrare in relazione con gli altri, sì lo stress può renderci più socievoli; ci aiuta ad apprendere e a crescere, infatti dopo una forte emozione stressante il cervello si modifica per imparare dall’esperienza e ricordare, in tal modo saremo in grado di gestirla al meglio la prossima volta che l’affronteremo.»

Insomma, lo stress potrebbe essere nostro amico, se lo vogliamo: proviamo innanzitutto a capire se ci ha stimolato in qualche modo nel periodo passato, cercando il risultato positivo in mezzo a tanta negatività. Ad esempio, potrebbe essere che siamo diventati velocissimi a fare una certa cosa, oppure che abbiamo scoperto di saperci barcamenare in situazioni difficili, come gestire il pianto di nostro figlio nel bel mezzo di una videoconferenza. Anziché concentrarci sulla fatica fatta, su quanto quel momento sia stato imbarazzante o complicato, cerchiamo di focalizzare la nostra attenzione sul dettaglio positivo che accompagna quelle situazioni stressanti.

Entrare nel loop di una situazione stressante che genera continuamente stress significa entrare in un circolo vizioso: pensare solo al lato negativo dello stress ci porta ad avere paura di stressarci nuovamente, generando un’ansia anticipatrice. McGonigal spiega infatti che «considerare lo stress dannoso interferisce con la nostra capacità di utilizzarne gli elementi positivi ed evitarlo rinforza solo la paura e accresce l’ansia futura in una situazione simile.»


Il Lato Positivo dello Stress 4boos IT
Kelly McGonigal
 Il Lato Positivo dello Stress
 Come gestire lo stress e trasformarlo in un punto di forza

Se lo stress non è momentaneo, utilizzalo come strumento per migliorare la tua vita

Non sempre, purtroppo, i risvolti positivi dello stress sono sufficienti a migliorare la nostra percezione e, dopo di che, la situazione. Potrebbe infatti accadere che il nocciolo del problema sia totalmente fuori dal nostro controllo, rendendo inutile ogni nostro tentativo di trasformare lo stress in qualcosa di positivo; parliamo di situazioni particolarmente pesanti – ovviamente – come i casi di mobbing, di problemi familiari gravi che inficiano la nostra possibilità di lavorare ecc.

Ecco che, in questi casi, dobbiamo leggere i segnali di stress che il nostro corpo ci invia per ripensare il nostro approccio al lavoro: ad esempio, possiamo cercare di trovare degli obiettivi che non sono centrati unicamente su di noi, ma che includono una visione più ampia.

Potrebbe essere il caso di chi si trova a svolgere un lavoro che detesta per la semplice necessità di uno stipendio, arrivando a circondare di nero ogni aspetto della propria vita: possiamo provare a cambiare l’aspettativa sul nostro lavoro, che non sarà magari gratificante in sé, ma ha comunque uno scopo, serve ed è importante per qualcun altro, magari per la collettività.  


«Ad esempio ci si potrebbe chiedere qual è lo scopo che ci ispira nella vita e a lavoro, quale contributo vogliamo dare al mondo o quali cambiamenti vogliamo determinare. Evitare di focalizzarsi solo su se stessi dà maggiore significato anche alle attività più semplici.»  


Questo naturalmente non significa negare il dolore, l’ansia e i sintomi negativi che proviamo, ma ribaltando la nostra prospettiva su ciò che genera in noi così tanto stress, possiamo trovare un modo per affrontare la situazione con una nuova serenità. McGonigal approfondisce anche questo punto chiave, asserendo che «non si deve negare il danno o il dolore prodotto dall’avversità, ma si deve imparare a cogliere ciò che di buono essa può aver prodotto. Il modo migliore per valorizzare la crescita prodotta da un’avversità è riflettere su di essa e redigere la propria storia personale come un giornalista. Si può decidere di tenere questo esercizio privato o condividerlo con qualcuno così da ispirare resilienza in altri.»

Già lo sforzo del cambiamento di mentalità e la volontà di trovare qualcosa di positivo – anche un solo piccolo aspetto – dell’impatto che lo stress ha sul nostro lavoro, da soli sono indice che il cambiamento sta avvenendo. Proseguire su questa strada non è facile, specialmente quando si è molto addentrati nel circolo vizioso di pensieri negativi, ma iniziare a muovere il primo passo in questa direzione è la cosa giusta da fare per uscire dal loop del stress che si auto genera e ingigantisce.

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